Cosa penso della proposta di nuova Legge Elettorale, l'ho scritto in un articolo che ho pubblicato su questo sito qualche giorno fa, e che potrete leggere anche mediante il link più sotto riportato.
Rimane comunque interessante valutare quanto è accaduto martedì scorso alla Camera dei Deputati.
Per questo mi sembra utile quanto scrive Claudio Velardi, nel contributo che di seguito riporto. Buona lettura!
Paolo Razzuoli
di Claudio Velardi
Martedì (14 luglio), alla Camera, è andata in scena una rappresentazione che conosciamo a memoria: un voto segreto affrontato con arroganza e imperizia, i classici franchi tiratori, la maggioranza sotto per un soffio, la premier che evoca la palude, le opposizioni che ne chiedono le dimissioni. Ma chi si ferma alla cronaca — chi ha tradito, quanti erano, che ne sarà del governo — manca il punto vero, che non riguarda la sorte dell’esecutivo, ma qualcosa di ben più serio: il rapporto tra i cittadini e la loro rappresentanza.
Da oltre trent’anni, dall’alba della cosiddetta Seconda Repubblica, la politica italiana si è posta — e con buone ragioni — il problema della governabilità. Una preoccupazione legittima, figlia delle crisi al buio della Prima Repubblica, che però si è trasformata in ossessione e ha prodotto, legge dopo legge, il progressivo restringimento del potere decisionale di chi vota: le liste bloccate del Porcellum, i capilista nominati dell’Italicum, i listini prestampati del Rosatellum. A ogni passaggio il cittadino ha contato un po’ di meno e le segreterie dei partiti un po’ di più.
In questa spirale è cresciuta la degenerazione del bipolarismo. Non il fisiologico alternarsi di due schieramenti, ma la sua caricatura radicalizzata: coalizioni tenute insieme dal solo collante della vittoria, l’avversario ridotto a nemico da delegittimare, ogni voto trasformato in un’ordalia sulla sopravvivenza del governo, con l’elettore non più chiamato a scegliere, ma solo ad arruolarsi. La scena di martedì — una maggioranza che si spara addosso al buio e un’opposizione che festeggia senza chiedersi cosa abbia vinto — ne è la fotografia perfetta.
A monte dello spettacolo avvilente c’è un errore di metodo, il più clamoroso, che accomuna da decenni destra e sinistra: le leggi elettorali si continuano a fare a fine legislatura, anziché all’inizio. Scritte a mente fredda, prima di immaginare gli equilibri futuri, maturerebbero come regole del gioco condivise. Fatte alla fine, con i sondaggi in mano, si riducono ad armi tattiche. E quando una legge elettorale è percepita come una manovra, viene inevitabilmente combattuta con manovre uguali e contrarie: i trenta franchi tiratori sono anche il frutto di questo vizio d’origine.
Venendo al merito, va detto che la legge in discussione — e questo è un bene — restituirebbe finalmente all’elettore la possibilità di scegliere chi mandare in Parlamento, rimettendo al centro il principio di rappresentanza dopo trent’anni di eclissi, pur mantenendo l’idea odiosa dei capilista bloccati: veri e propri capataz sottratti al vaglio delle preferenze, garantiti a prescindere dal consenso. Insomma, la rappresentazione in purezza del vizio che si vorrebbe correggere; una riserva di casta che incrina il buonsenso dell’intero progetto.
Le opposizioni, prima di stappare bottiglie, dovrebbero chiedersi cosa abbiano realmente festeggiato martedì sera. Non la caduta del governo, che non c’è stata, ma la bocciatura delle preferenze: cioè della norma che tenta di restituire ai cittadini un frammento del loro diritto di scelta. Un campo che si definisce democratico non può esultare quando l’elettore viene rispedito in tribuna al ruolo di spettatore. Se la battaglia è contro i capilista bloccati, la si porti fino in fondo, pretendendo più possibilità di scelta, non meno.
Da riformisti, la nostra conclusione è semplice: questa legge, emendata della pessima norma sui capilista, s’ha da fare. Meglio una riforma imperfetta che riapra all’elettore uno spiraglio di sovranità rispetto alla conservazione del Parlamento dei nominati. La governabilità è e resta una cosa seria. Ma senza rappresentanza, diventa soltanto il governo di qualcuno su e contro tutti gli altri.
(da www.ilriformista.it - 16 luglio 2026)
Proposta di una nuova Legge Elettorale: qualche pensiero in libertà
di Paolo Razzuoli