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Proposta di una nuova Legge Elettorale: qualche pensiero in libertà

 

di Paolo Razzuoli 

 

Diciamolo senza giri di parole: le leggi elettorali vengono solitamente fatte dalle maggioranze, con l’intento di autoconservarsi. La storia però ci insegna che, ironia della sorte, le cose vanno diversamente dalle aspettative. Sarà perché il diavolo ci mette la coda, sarà per calcoli errati, sarà per una sorta di eterogenesi dei fini, ma in Italia le cose sono andate spesso così. E’ andata così dopo la riforma elettorale di Berlusconi, il cosiddetto “Porcellum”, fatta per aiutare il centrodestra mentre le elezioni del 2006 furono, se pur sul fil di lana, vinte dal centrosinistra. E’ andata così anche nel 2018, con il cosiddetto “Rosatellum”, legge peraltro ancora vigente, pensata per aiutare il centrosinistra, mentre i risultati fecero registrare l’esplosione dei 5stelle, che portò al Conte 1 fra M5S e Lega, e successivi governi di una legislatura fra le più convulse della nostra storia recente.    

Ora il centrodestra sta cercando di far passare una nuova proposta, anche se il rovescio di ieri 14 luglio, con la maggioranza che è andata sotto di un voto alla Camera su un emendamento che introduceva le preferenze (188 no contro 187 sì”, non sappiamo quali scenari potrà aprire.

Aldilà del fatto di per sé deprecabile della bocciatura delle preferenze, rimane una considerazione di fondo: a quali obiettivi deve rispondere una Legge Elettorale?

La risposta credo debba essere questa: una buona Legge Elettorale è quella che garantisce il massimo di qualità, di competenza e di rappresentatività degli organi. Quindi una legge che presuppone una seria analisi di contesto, indipendentemente dagli interessi contingenti di parte.

Come ho avuto modo di scrivere in varie occasioni, la mia opinione sull’argomento va in una direzione completamente diversa sia dalla proposta dell’attuale maggioranza, sia dalle confuse prese di posizione delle opposizioni.

Io credo, in accordo del resto con una scuola di pensiero politico e con alcuni intellettuali fra cui cito  il presidente della Fondazione Einaudi, Giuseppe Benedetto, che il tema fondamentale del momento sia quello di uscire dalle gabbie di questo falso ed inconcludente bipolarismo, e di ridare rappresentatività al Parlamento mediante la scelta dal basso delle candidature. Insomma, il proporzionale con le preferenze. Proprio nella direzione opposta rispetto a quella che si sta imboccando. In questo senso, la bocciatura dell’emendamento che mirava ad introdurre le preferenze, se pur in un contesto macchinoso, è da ritenersi come un colpo basso inferto alla democrazia rappresentativa.  

Fatte queste premesse, mi addentro nei miei pensieri in libertà cercando di  argomentarli nel modo più chiaro possibile.

 

L’analisi di contesto

 

L’analisi della parabola politica italiana degli ultimi decenni mette in luce un paradosso evidente: la capacità di vincere le elezioni non coincide quasi mai con l'attitudine a governare. Il meccanismo bipolare che ha caratterizzato la cosiddetta Seconda Repubblica, nato con l’ambizione di garantire stabilità e alternanza, ha finito per produrre coalizioni eterogenee, unite dalla necessità tattica di raccogliere voti ma strutturalmente incapaci di esprimere una visione di lungo periodo.

Davanti a questa cronica inadeguatezza dei due principali schieramenti, emerge la necessità di una riforma profonda che non tocchi solo le regole del gioco, ma la cultura politica stessa del Paese: il passaggio a un sistema proporzionale puro, senza premio di maggioranza, ma corretto da una soglia di sbarramento. Ovviamente prevedendo le preferenze, per ridare rappresentatività democratica al Parlamento, sottraendolo dalla sudditanza alla stretta oligarchia delle segreterie di ciò che resta dei partiti.

 

Il fallimento del bipolarismo forzato

 

Il modello bipolare italiano ha dimostrato ampiamente i suoi limiti. Centrodestra e centrosinistra si sono strutturati come cartelli elettorali transitori più che come blocchi omogenei di governo.

Il centrodestra ha spesso pagato la frammentazione interna tra spinte sovraniste, identitarie e anime moderate di stampo liberale, traducendosi in leadership forti sul piano del consenso ma fragili nell'azione legislativa.

Il centrosinistra, dal canto suo, si è frequentemente ridotto a una sommatoria di veti incrociati, prigioniero della necessità di tenere insieme l'ala riformista e quella radicale, con il risultato di paralizzare l'attività decisionale.

La vittoria elettorale, ottenuta grazie a premi di maggioranza che distorcono la reale rappresentatività del corpo elettorale, si è tradotta in esecutivi instabili o costretti all'immobilismo. Governare un Paese complesso come l'Italia richiede una solidità culturale e programmatica che le coalizioni attuali, nate per addizione elettorale, non possiedono.

 

Rimescolare le carte: la proposta del proporzionale corretto

 

Per superare le angustie degli attuali schieramenti è necessario un reset istituzionale che parta da una nuova legge elettorale. L'obiettivo deve essere quello di "rimescolare le carte", liberando le forze politiche dall'obbligo di alleanze preventive e innaturali.

L'architettura ideale per questa transizione si articola su due pilastri:

Proporzionale senza premio di maggioranza: Restituire al voto dei cittadini il suo valore reale, traducendo i consensi in seggi senza artifizi maggioritari. Questo costringerebbe i partiti a presentarsi con la propria identità, senza potersi nascondere dietro il peso del leader della coalizione.

Soglia di sbarramento (es. 4-5%): Un correttivo indispensabile per evitare la frammentazione atomica del Parlamento, impedendo a micro-formazioni di ricattare le maggioranze e garantendo che solo le forze politiche con un reale radicamento nel Paese accedano alle Camere.

Sotto questo schema, la palude del bipolarismo coatto verrebbe superata: i partiti sarebbero spinti a ridefinire i propri confini identitari e a cercare alleanze non prima del voto per meri fini aritmetici, ma dopo le elezioni, sulla base di convergenze programmatiche reali.

 

Dal "compromesso al ribasso" alla mediazione alta

 

Il ritorno a un sistema proporzionale sposta inevitabilmente il baricentro del potere politico dal governo al Parlamento. È qui che deve essere recuperato il significato nobile del compromesso.

Nella retorica bipolare, il termine "compromesso" è stato sistematicamente svilito e sovrapposto a quello di "inciucio" o di spartizione clientelare del potere. Al contrario, la storia delle democrazie più mature – e della stessa Assemblea Costituente italiana – insegna che il compromesso è la forma più alta di mediazione politico-culturale.

Il vero compromesso non è la rinuncia ai propri principi, ma la capacità di trovare una sintesi avanzata tra identità diverse per il bene comune.

In un Parlamento proporzionale, nessuna forza politica ha i numeri per governare da sola. La stabilità non viene garantita da un premio di maggioranza calato dall'alto, ma dalla solidità dell'accordo politico trovato in Aula. Questo sistema responsabilizza i leader: la mediazione diventa un dovere istituzionale e l'abilità politica non si misura più sulla capacità di aggredire l'avversario in campagna elettorale, ma sulla capacità di dialogare e costruire soluzioni legislative sostenibili.

 

Conclusione

 

Continuare a insistere su formule maggioritarie o bipolari che hanno dimostrato il loro fallimento significa condannare l'Italia a un'altalena di governi deboli e polarizzanti. Il passaggio a un sistema proporzionale corretto non è un salto nel passato della Prima Repubblica, ma una risposta moderna alla complessità del presente. Restituire centralità al Parlamento e dignità alla mediazione politica è l'unica via per curare la cronica inadeguatezza della classe dirigente e offrire al Paese un governo degno di questo nome.
In mancanza di risposte, appare deltutto ipocrita il ritornello della mancata partecipazione al voto di sempre più ampie fasce di elettori ed elettrici.

 

Lucca, 15 luglio 2026

 

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