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Claudio Cerasa, Direttore del quotidiano Il Foglio,  con il contributo che Fucinaidee offre ai suoi lettori, propone una chiave di lettura della situazione italiana sicuramente un po' inconsueta e comunque controcorrente.

Non saprei come valutare la chiave di lettura di Claudio Cerasa, peraltro firma non marginale nel panorama giornalistico italiano.

Le osservazioni mi sembrano comunque interessanti. Leggendo il testo, ciascuno potrà darne la propria valutazione.

Paolo Razzuoli

 

 

LItalia reale che va e smentisce il mito del paese al collasso

 

di Claudio Cerasa

 

La crescita è un disastro, i salari sono bassi, la produttività è scarsa, si vive male, dice il catastrofista collettivo. Ma i dati parlano pure di uneconomia che cresce e resiste, grazie anche a qualche paradosso, e di unItalia che va meglio del previsto. Appunti di ottimismo

 

Nel racconto interminabile delle onnipresenti catastrofi economiche del nostro paese, vi sono alcune verità importanti che con una certa timidezza si stanno lentamente affacciando nella nostra quotidianità. La verità più controintuitiva che riguarda lItalia e che merita di essere riportata con un certo interesse ha a che fare con un falso mito che ormai ci siamo abituati a considerare come una stella fissa della narrazione italiana. Tutto va male, la crescita è un disastro, il debito pubblico è fuori controllo, i salari sono bassi, la produttività è bassa e lItalia, dice il catastrofista collettivo, è un paese dove si vive male, dove il benessere è limitato, dove lunica scelta razionale di un genitore è quella di mettere nelle mani dei propri figli, per chi può permetterselo, un biglietto di sola andata per andare a studiare allestero e fare fortuna per abbandonare un paese destinato al collasso. Le difficoltà dellItalia ci sono, sono difficoltà storiche che non dipendono da un governo o da un altro.

Eppure, al netto delle difficoltà che conosciamo, da tempo esistono alcuni indicatori che riguardano il nostro paese che segnalano altre verità di segno perfettamente opposto a quelle catastrofiste che abbiamo disimparato a riconoscere come reali. Ogni volta che arriva un report negativo dellIstat, dellEurostat, dellUnione europea, del Fondo monetario, di Bankitalia, di Confindustria sul nostro paese, capita spesso che i dati negativi siano accompagnati da altri dati sorprendenti non facilmente spiegabili. LIstat, nel rapporto diffuso una settimana fa, per dirne una, mentre segnalava le difficoltà economiche dellItalia, ha ricordato, tra le altre cose, che nel 2025 i consumi finali delle famiglie sono aumentati delluno per cento, che le persone per nulla o poco soddisfatte della propria vita sono passate dal 18,6 per cento del 2014 al 12,3 per cento del 2024, che nel 2024 la ricchezza netta delle famiglie italiane è aumentata a prezzi correnti del 2,8 per cento rispetto al 2023, che nel terzo trimestre 2025 il potere dacquisto è cresciuto dell1,8 per cento. Sempre secondo lIstat, nel 2025 il ceto medio è il 61,2 per cento dei residenti, in lieve crescita rispetto al 59,8 del 2015. Nello stesso periodo scende un po la quota a rischio povertà, dal 19,9 al 18,6 per cento.

Leconomia, lo sappiamo, a volte è fatta di paradossi non spiegabili, di numeri oscuri che a volte si contraddicono. Ma nellapparente contraddizione offerta dai dati appena elencati, e da molti altri, in questa fotografia timida ma reale di un benessere sotterraneo così disallineato dal racconto generale da essere rimosso, esiste una spiegazione che riguarda alcuni falsi miti delleconomia italiana. Il primo falso mito lo ha raccontato, in un piccolo paragrafo, lIstat, ed è un falso mito direttamente collegato a due problemi del nostro paese: la crescita e la demografia. Sappiamo che lItalia ha un problema di crescita generale, è una delle più basse dellUnione europea, e sappiamo che lItalia ha un grave problema demografico, con una delle crisi di nascite più importanti dellEuropa.

Ma in economia i paradossi sono allordine del giorno e la verità, accennata dallIstat nel suo ultimo rapporto, è che gli effetti della crescita bassa sono temperati dalla crisi demografica. Per quanto la crescita della torta possa essere piccola di anno in anno, se crescono ancora meno i commensali la porzione di torta che arriverà a ciascuno di noi sarà ogni anno un pochino più grande. LIstat, in un paragrafo, segnala che tra il 2022 e il 2025 lItalia cresce poco come pil totale, ma il differenziale con la Spagna si riduce guardando al pil pro capite. Tra il 2022 e il 2025, la crescita del pil pro capite italiano è stata del 2,3 per cento, superiore a quella della Francia (più 1,7 per cento), a quella della Germania (meno 0,8 per cento) e superiore anche alla media dellUnione europea (più 2,1 per cento), anche se inferiore a quella della Spagna (più 5,6 per cento). Il Fondo monetario, pochi giorni fa, ha diffuso una tabella che indica una verità ancora più interessante. Se si guarda il pil reale pro capite, lItalia non è il malato dEuropa. Nel decennio 2018-2027, secondo la tabella Fmi, il pil reale pro capite italiano cresce in media dell1,1 per cento annuo: poco, ma più di Francia (0,7), Germania (0,3) e Spagna (0,9). Larea euro fa +1,0 per cento. Il dato sorprende perché ribalta il racconto abituale: lItalia resta fragile su produttività, salari e demografia, ma sul pil pro capite del decennio, tra i grandi dEuropa, è il paese che se la passa meglio.

Stesso spunto offerto in un inciso venerdì scorso dal governatore di Banca dItalia, Fabio Panetta, che ha offerto il seguente dato: “Dal 2019 leconomia italiana ha mostrato una significativa capacità di tenuta. Nonostante la pandemia e lo shock energetico del 2022, il pil è cresciuto di oltre il 6 per cento: un risultato in linea con la media dellarea delleuro in termini aggregati, ma superiore su base pro capite”. Il pil pro capite racconta insieme una virtù (un benessere che sfugge agli osservatori) e un vizio (il benessere cresce anche a causa di una demografia che non funziona) del nostro paese, ma è un dato che mostra un paese che spesso ci rifiutiamo di vedere anche quando cè. Un paese che vive di falsi miti, intrappolato in un racconto autodemonizzante, e che per questo non tiene conto di una serie di altri elementi emersi in questi giorni da vari rapporti, che denotano non virtù forse ma capacità di adattamento.

Istat, Fondo monetario, Confindustria e, come detto, la Banca dItalia hanno ricordato che bisogna fare attenzione quando si dice in modo generico che lItalia è un disastro sulla produttività. Nel 2023, per dire, le imprese italiane con 20-49 addetti hanno prodotto 64,7 mila euro di valore aggiunto per addetto, quelle con 50-249 addetti 76,9 mila e le grandi 84,2 mila. In Europa le grandi imprese, cioè quelle con almeno 250 addetti, producono in media circa 85 mila euro per addetto. Dunque le grandi imprese italiane sono sostanzialmente allineate alla media europea: il problema italiano non è il privato che non funziona, ma il fatto che troppe imprese restano troppo piccole. Un problema simile, di vulnerabilità annunciate e di resilienza ottenuta, riguarda un altro ambito importante del tessuto produttivo italiano. Quando Donald Trump, un anno fa, ha minacciato il mondo con la sua guerra commerciale, fatta di protezionismo, dazi e kiss my ass, si è scelto di dedicare grande attenzione, comprensibilmente, ai disastri inevitabili che i dazi trumpiani avrebbero avuto sulla nostra industria.

La stessa industria, per essere aiutata, ha enfatizzato la minaccia dei dazi trumpiani, più un settore è sotto attacco e maggiori sostegni può ottenere, ma ha mancato di valorizzare un altro dato che fa parte di una contronarrazione del paese che meriterebbe di finire in prima pagina come sono finite in prima pagina le previsioni sugli impatti disastrosi che avrebbero avuto i dazi. Nel 2025, nonostante le restrizioni americane, lItalia ha registrato un surplus commerciale di 50,7 miliardi, le esportazioni di beni sono cresciute del 3,3 per cento, le importazioni del 3,1 e limpatto sul pil (dati Ey) è stato pari allo 0,1 per cento (nellestate 2025, Confindustria parlava di 20 miliardi di export a rischio e 118 mila posti di lavoro potenzialmente colpiti con dazi al 10 per cento).

Il mito dellItalia al collasso, come è evidente, prevale sul mito dellItalia che resiste, e che cresce e che esporta e che si difende nonostante mille problemi e mille occasioni mancate. Una parte della resistenza del paese dipende anche da questo rapporto tra torta e commensali, come detto, e questo rapporto dipende in buona parte dalla crisi demografica. Ma anche sul tema demografico cè un pezzo di storia che viene sistematicamente ignorato. La crisi della natalità è un fatto (nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, minimo storico italiano, nel 2024 era 1,18, la media Ue nel 2024 era 1,34 figli per donna). Ma la crisi demografica è meno drammatica rispetto al racconto quotidiano. E la ragione per cui lItalia ha trovato un suo equilibrio è anche qui controintuitiva: negli anni del governo delle destre teoricamente xenofobe, il numero di immigrati arrivati ha attenuato progressivamente la crisi della natalità. Nel 2022 il saldo naturale è sceso a circa -320 mila, tra nati e morti, mentre il saldo migratorio è stato tra +229 mila e +261 mila. Nel 2023 il saldo naturale è stato circa -291 mila mentre il saldo migratorio è stato +274 mila. Nel 2024 nascite e morti hanno prodotto un saldo naturale di -281 mila, contro un saldo migratorio di +244 mila. Nel 2025 la compensazione diventa quasi perfetta: 355 mila nati, 652 mila morti, saldo naturale -296 mila e saldo migratorio +296 mila. LItalia vive di tamponi, di soluzioni a breve termine, ma nellItalia dove tutto andrà sicuramente male, nel futuro, cè qualcosa che va meglio del previsto, eppure, come tutte le buone notizie, perché sappiamo che una notizia è solo una cattiva notizia, quel qualcosa fatica a trovare posto sulle prime pagine dei giornali. Imparare a non ingigantire i punti di debolezza e a non vergognarsi dei punti di forza non è un modo per sfuggire alla realtà: è semplicemente un modo come un altro per provare definitivamente a riappropriarsene un po’.

 

(da www.ilfoglio.it - 1 giugno 2026)

 

 

 

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