Relazione del Presidente Emanuele Orsini
Buongiorno a tutte e a tutti voi.
Desidero esprimere la nostra gratitudine al Presidente della
Repubblica Sergio Mattarella per la sua presenza qui, oggi.
Grazie al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni per aver
accettato di intervenire alla nostra Assemblea.
E un ringraziamento alla Presidente del Parlamento Europeo
Roberta Metsola che, trovandosi all’estero per impegni
istituzionali, ci ha inviato il videomessaggio che ascolteremo tra
poco.
Un saluto a tutti i Ministri e a tutte le autorità presenti.
E un abbraccio a tutti gli imprenditori.
La vostra partecipazione testimonia l’importanza delle questioni
di cui parleremo oggi.
Le sfide che dobbiamo affrontare richiedono a tutti noi un senso
di responsabilità comune, forte e condiviso.
Una responsabilità che riguarda le istituzioni e le forze politiche,
le associazioni d’impresa e i sindacati: l’intera società.
Perché se in Italia e in Europa non saremo capaci di uno sforzo
comune, perderemo la nostra industria, ovvero il 15 per cento
del PIL e milioni di posti di lavoro.
Per troppo tempo ci siamo accontentati di fare il minimo
indispensabile invece del massimo necessario.
Oggi l’Italia e l’Europa devono essere davvero capaci di
compiere scelte coraggiose perché il momento della verità è
arrivato. Ci sono scelte di politica industriale, energetica, di governance,
di struttura della spesa pubblica e di relazioni industriali da
compiere subito, con misure rapide ed efficaci.
Perché senza produzione e crescita non c’è redistribuzione e non
c’è futuro.
Il Presidente Mattarella, nella sua recente visita allo
stabilimento Piaggio di Pontedera, ha ricordato che l’industria
è un pilastro per l’Italia. Le sue parole ci onorano e ci
restituiscono la misura della responsabilità che sentiamo
verso il nostro Paese.
Lei, Presidente, ci ha anche ricordato che questo non è il
tempo di essere “piatti curatori di un’eredità passata”, e che
dobbiamo, invece, “guardare avanti”.
Grazie, Presidente.
È questa la direzione in cui vogliamo andare.
Ci sono due condizioni che rendono ogni scelta davvero capace
di generare effetti duraturi: fiducia e coraggio.
La fiducia tiene unite le comunità, sostiene il Paese e dà forza
alle imprese e al lavoro.
La fiducia è necessaria per trovare soluzioni ai problemi reali
che imprese e lavoratori affrontano ogni giorno, ma dipende
soprattutto dalla volontà di chi decide di farsene carico.
E si rafforza con la responsabilità di tutti: per trasformare in
azioni concrete la necessità assoluta di investire per crescere.
Ma la fiducia da sola non basta, serve il coraggio.
Il coraggio di promuovere insieme nuove scelte e nuovi
strumenti per affrontare le sfide di un mondo in rapida
trasformazione tecnologica e segnato da profonde instabilità
geopolitiche.
Serve coraggio perché il tempo che stiamo vivendo non
ammette attese, esitazioni, incertezze o ritardi.
Impone invece una risposta forte e coordinata da parte delle
istituzioni, delle imprese, di tutta la società e dell’Europa intera.
Per ritrovare fiducia e coraggio dobbiamo partire dalla realtà del
mondo di oggi, e dai profondi cambiamenti che stiamo vivendo.
Un anno fa affrontavamo i dazi americani.
La risposta giusta è stata quella di tenere i nervi saldi, gestendo
al meglio un accordo con Washington e contenendo i danni per
l’export italiano.
È la risposta che dobbiamo dare anche oggi, di fronte alle
nuove minacce che colpiscono molte delle nostre filiere
industriali.
Nel 2026 la situazione è peggiorata perché alla guerra in
Ucraina si è aggiunto il conflitto in Medio Oriente, che ha
bloccato lo stretto di Hormuz.
La guerra è una sconfitta per l’umanità.
Oltre agli orrori che sono sotto gli occhi di tutti, è la causa di
profonde crisi economiche che generano nuova povertà,
erodono alleanze consolidate, trasformano l’energia e le
materie prime in strumenti di ricatto. Lo ripetiamo con forza: la guerra è un fallimento, sempre e
dovunque.
Con la stessa forza respingiamo le dottrine che intendono
affermare la legge del più forte a discapito della diplomazia e
del dialogo.
Stiamo tutti affrontando le conseguenze di quanto sta
avvenendo, ma dobbiamo essere consapevoli che in questi
momenti l’immobilismo ha un costo che nessuno potrà
ripagare.
L’Europa è sempre più necessaria - ma deve cambiare strada
e marcia.
E qui torniamo alla responsabilità.
L’Europa deve cambiare strada e deve cambiare passo, e
tocca a noi, ai suoi cittadini, tracciare il percorso.
Nessun Paese europeo ha le risorse politiche ed economiche
per affrontare da solo le sfide che abbiamo davanti:
geopolitiche, tecnologiche, climatiche, demografiche.
Gli Stati Uniti e la Cina le affrontano con massicci investimenti
pubblici e privati, anche sul piano militare, e con politiche
protezionistiche.
La dimensione europea è l’unica in grado di reggere l’urto.
Noi crediamo nell’Europa.
Ma siamo molto preoccupati per le scelte dell’Unione in
questi ultimi anni.
Un punto su tutti: Bruxelles non ha chiaro cosa significhi
competitività.
Come ci ha confermato il Commissario europeo Stephane
Séjourné, dall’inizio del mandato di questa Commissione,
l’Europa ha perso 250mila occupati nella manifattura che si
traducono in un milione di occupati in meno nell’indotto.
È avvenuto perché non facciamo politiche per mantenere
l’industria nel nostro Continente, al contrario la spingiamo ad
andarsene e a delocalizzare.
Nell’ultimo biennio abbiamo assistito a un vero e proprio
smottamento del sistema industriale europeo.
Gli alti costi dell’energia, la mancanza di investimenti e
regole asfissianti hanno mortificato l’iniziativa imprenditoriale
e hanno intaccato i livelli occupazionali, spalancando i nostri
mercati ai prodotti cinesi.
Siamo soffocati dall’assenza di competitività e dalle fragilità
che ogni giorno aumentano.
I numeri lo confermano.
Negli ultimi 25 anni la quota di PIL mondiale prodotta
dall’Unione Europea è scesa di circa 7 punti percentuali: in cifre
assolute significa che, mantenendo invariata la quota sul PIL
globale, l’Europa ha perso oltre 7mila miliardi di euro di PIL, in
gran parte finiti all’industria cinese.
La Cina è oggi l’unica vera superpotenza industriale.
Da sola genera il 35 per cento della produzione manifatturiera
mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto
principali Paesi industrializzati.
Ma la Cina gioca con regole falsate ed esporta nel resto del
mondo i propri squilibri, ovvero deflazione e carenza di domanda
interna. Sposta un carico gigantesco di merci verso i mercati europei.
Non solo prodotti a basso costo, ma anche tecnologie avanzate:
settori in cui la Cina ha sovracapacità produttiva mentre
l’Europa arranca e arretra.
Tutta l’industria di base europea è sotto pressione per il
costante aumento dei prezzi della produzione: carta,
cemento, ceramica, chimica, costruzioni, metallurgia,
siderurgia, vetro.
Si tratta di questioni vitali che ci riguardano direttamente.
Prendiamo il distretto della ceramica, una realtà che conosco
bene perché è la mia terra: una delle eccellenze italiane, una
produzione pulita che paga un costo dell’energia superiore
del 40% rispetto alla media europea e subisce la
speculazione sull’ETS.
Sapete cosa significa? Che in cinque Comuni del distretto
ceramico sono a rischio 40mila posti di lavoro.
E non riguarda solo la ceramica, potrei continuare, settore
per settore.
Senza industria di base, crolla l’intera economia europea.
Ma le vulnerabilità riguardano anche settori ad alto contenuto
tecnologico come elettronica e semiconduttori, elettrodomestici,
automotive, farmaceutica, metalli e il trattamento delle terre rare.
Una delle dipendenze più decisive riguarda l’Intelligenza
Artificiale.
L’AI non è una tecnologia che possiamo semplicemente
acquistare e integrare nei nostri sistemi, è un ecosistema che
dobbiamo costruire.
Chi la controlla non controllerà solo l’innovazione di domani,
ma l’intera economia mondiale.
Lasciare che questa dipendenza si consolidi vuol dire cedere
sovranità.
Corriamo lo stesso rischio anche sui nostri dati, una materia
prima che dovremmo proteggere e governare, investendo su
connessioni, infrastrutture digitali e cybersicurezza.
Per tutte queste ragioni, serve in Europa uno spirito di
responsabilità nuovo.
È evidente a tutti che molti Stati continuano a credere di
potercela fare da soli.
Ma è un’illusione.
L’ordine di grandezza di quel che sta avvenendo nel mondo
deve obbligare tutte le istituzioni europee e tutte le parti
politiche a convergere verso strategie comuni.
L’abbiamo visto con l’accordo UE-MERCOSUR, quando anche
grazie al ruolo trainante svolto dal nostro Governo, l’Europa ha
saputo scegliere l’interesse generale.
Noi non vogliamo un’Europa ridotta solo a un mercato per
altri Paesi.
Noi vogliamo un’Europa che abbia al centro l’innovazione, la
produzione e il lavoro, e pensiamo che si possa realizzare,
lavorando su tre leve prioritarie:
• un vero mercato unico dell’energia;
• un vero mercato unico dei capitali e del risparmio;
• un debito comune, per finanziare una vera politica
industriale Europea. Un vero mercato unico dell’energia significa innanzitutto
un’Europa che agisce come unico acquirente delle fonti
energetiche, per abbassarne i prezzi.
Vuol dire un’Europa che potenzia e finanzia l’aumento delle reti
infrastrutturali di interconnessione, affinché i Paesi con più
produzione elettrica da rinnovabili, come la Spagna, possano
condividerla.
Significa avviare una radicale revisione delle politiche climatiche,
a partire dalla sospensione dell’ETS e da una sua profonda
revisione.
Il Sistema ETS ha reso la decarbonizzazione un prodotto di
speculazione finanziaria, avvantaggiando alcuni Stati membri a
discapito di altri, con effetti disastrosi.
Oggi, il Continente più pulito ha il prezzo della CO2 più alto
al mondo: un costo che gonfia le bollette dei cittadini e
colpisce i processi industriali spingendoci fuori mercato.
Per capire quanto tutto questo sia autodistruttivo, basta pensare
all’automotive, con i costruttori europei costretti ad acquistare
certificati di emissione di CO2 che arricchiscono i concorrenti
americani e cinesi.
È una vera pazzia!
Chiediamo la sospensione dell’ETS perché sappiamo che i
tempi europei per una revisione efficace sono troppo lunghi.
Sospenderlo significa permettere una revisione migliore, ma
anche evitare che, nel frattempo, altre fabbriche siano
costrette a chiudere o a delocalizzare.
Un’altra priorità è completare l’unione del risparmio e degli
investimenti per rendere i mercati dei capitali più accessibili
alle imprese.
Le nostre aziende devono poter mobilitare investimenti e attrarre
in Europa capitali da tutto il mondo.
Finché continueremo ad avere sistemi fiscali, regole sugli
investimenti e sul risparmio diversi per ogni Paese,
spingeremo i capitali europei a guardare altrove.
Ma non bastano energia e capitali, serve la svolta del debito
comune per sostenere l’industria europea che non può più
essere lasciata in balia delle diverse capacità finanziare degli
Stati membri.
Anche su questo punto voglio essere chiaro.
Non chiediamo nuove emissioni di debito europeo per
finanziare la spesa corrente degli Stati.
Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro
l’anno. Questi non possono arrivare né dai limitati margini dei
bilanci nazionali né dal bilancio comune.
Gli attuali 280 miliardi l’anno, da dividere tra 27 Paesi, sono
cifre che da sole non risolvono il problema.
Il debito comune che chiediamo occorre per finanziare
investimenti strategici: infrastrutture energetiche, nucleare,
mobilità, reti digitali, intelligenza artificiale, ricerca,
estrazione di minerali critici, scienze della vita e difesa.
E solo così potremo affrontare la posizione dominante
raggiunta dalla Cina. Abbiamo la consapevolezza che per realizzare i nostri
prodotti non pochi imprenditori europei per sopravvivere
acquistano pezzi cinesi, perché costano meno.
La Cina sta colonizzando i nostri mercati, se l’Unione non
sosterrà da subito le nostre produzioni, saremo costretti al
deserto industriale.
In queste settimane stiamo assistendo tante aziende in grave
difficoltà a causa di queste non scelte.
Il debito comune è anche la via maestra per realizzare un vero
mercato unico e superare le asimmetrie degli aiuti di Stato.
Lo vediamo puntualmente sull’energia.
Se il contenimento dei sovraccosti causati dalla Guerra nel Golfo
resta una rendita solo dei Paesi che se lo possono permettere,
allora stiamo andando nella direzione sbagliata.
Riconosciamo e apprezziamo la prudenza del Governo nella
gestione dei conti pubblici, perché sappiamo quanto pesino
la spesa per gli interessi e la credibilità sui mercati.
Ma se Hormuz dovesse restare bloccato e il debito comune
europeo restasse un’utopia, cosa potrà fare l’Italia?
Responsabilità significa sapere che accendere la luce in casa
e le macchine in fabbrica dipende dalla disponibilità di
energia, e non vogliamo farne a meno.
All’Europa inoltre serve molta più semplificazione di quanto
fatto finora nei Pacchetti Omnibus.
L’accumulo di regole, modifiche frequenti, sovrapposizioni e
oneri eccessivi.
Sono stati annunciati ambiziosi obiettivi di riduzione
regolamentare (del 25 % per le imprese e del 35 % per le
PMI), ma solo tra novembre e dicembre 2025 sono stati
presentati 10 nuovi pacchetti legislativi e nel 2026 ne
arriveranno altri 12.
Nel 2025, la Commissione ha presentato al Consiglio 116
proposte legislative e 741 atti delegati.
Le 72 condizioni poste da Bruxelles per il via libera al
Decreto-Bollette del nostro Governo sono l’ultima conferma
di quanto sia lunare la burocrazia europea.
Il nostro appello è uno solo: fermatela.
Quello che abbiamo detto fin qui non è realizzabile senza una
governance dell’Unione molto diversa da quella attuale, con
tempi e procedure snelle ed efficaci.
Purtroppo, costruire un’Europa veramente federale richiede
tempi lunghissimi, mentre oggi il fattore tempo è vitale e,
soprattutto, richiede la volontà degli Stati.
Allora dobbiamo procedere sulla via che i Trattati consentono,
quella della cooperazione rafforzata.
Paesi con uguali obiettivi e urgenze devono mettere a fattor
comune scelte e funzioni delegate a organi democratici. Proponiamo di utilizzare la cooperazione rafforzata per lavorare
sulle tre priorità: energia, mercato dei capitali e politica
industriale comune.
E chiediamo al Governo e a tutte le forze politiche che in Europa
fanno parte della coalizione di maggioranza, di impegnarsi in
questa direzione.
La posta in gioco è altissima: ne va della tenuta del nostro
modello di democrazia europeo. Modello che per lungo tempo è
stato capace di far camminare insieme crescita, welfare e lotta
alle diseguaglianze.
Venendo all’Italia, noi imprenditori chiediamo a tutta la
politica un grande atto di responsabilità, fatto di scelte
ispirate a fiducia e coraggio.
Queste scelte sono le fondamenta per tornare a una crescita
del 2 per cento l’anno, crescita che noi giudichiamo non solo
necessaria ma possibile.
Negli ultimi 25 anni siamo cresciuti, in media, dello 0,4 per
cento annuo, contro l’1,4 per cento del totale dell’Unione
Europea, il 2,1 per cento degli Stati Uniti e l’8 per cento della
Cina.
Nel complesso, il PIL italiano nel 2025 è superiore di appena il
10 per cento rispetto al 2000.
Nello stesso periodo il PIL europeo è aumentato del 40 per
cento, quello degli Stati Uniti di quasi il 70 per cento, quello
cinese del 586 per cento.
L’economia italiana subisce più di altre le recessioni globali e
fatica maggiormente a recuperare terreno: ci sono voluti 16
anni per tornare ai livelli precedenti alla crisi finanziaria del
2007, ci siamo riusciti solo nel 2023.
Non serve cercare il colore politico dei Governi degli ultimi
decenni. La verità è che, collettivamente, non abbiamo fatto
abbastanza.
Non dobbiamo guardare indietro, ma avanti; cambiare
metodo e mettere prima di tutto in sicurezza le imprese.
Quelle che garantiscono lavoro, welfare e coesione sociale.
Senza le nostre imprese, piccole, medie e grandi, verrebbe
meno l’83 per cento delle risorse private che sostengono il
welfare italiano generate dal lavoro di milioni di persone che,
insieme a noi, mandano avanti il Paese.
Per noi industria e lavoro sono la stessa cosa.
Non accettiamo la deindustrializzazione come un destino già
scritto.
Noi crediamo nell’Italia, dove restiamo e vogliamo restare a
lavorare, produrre insieme ai nostri collaboratori.
Siamo imprenditori, ma prima di tutto siamo cittadini di
questa grande comunità.
Sentiamo la responsabilità di tornare a crescere, rafforzare le
nostre imprese e investire in ricerca e innovazione.
Senza industria, il nostro Paese consumerebbe ricchezza
senza costruire futuro.
Scomparirebbe il Made in Italy, il vero fattore distintivo
dell’Italia nel mondo. L’export manifatturiero è stato il perno dell’economia italiana
degli ultimi anni. È cresciuto nonostante i costi dell’energia e un
contesto internazionale ostile.
Ma oggi le tensioni geopolitiche sul commercio mondiale
mettono ancor più sotto pressione tutte le nostre filiere.
L’accesso al mercato americano è diventato più costoso e i prodotti
cinesi stanno invadendo il nostro mercato a prezzi ingestibili.
Dobbiamo chiederci se in questo contesto l’export da solo
possa continuare a trainare la nostra economia.
Una crescita robusta nel lungo periodo richiede un rapporto
bilanciato fra export, investimenti e consumi.
Per ottenerlo dobbiamo reagire uniti e mettere gli
imprenditori in condizione di fare il loro lavoro.
I dati dimostrano che le imprese italiane – quando raggiungono
una dimensione media o grande – diventano più produttive e
internazionali delle omologhe tedesche e francesi.
Fungono da hub di innovazione per le filiere, aprono mercati
esteri ai fornitori, attivano produzione nei territori e rafforzano il
tessuto sociale.
Ma queste realtà sono ancora troppo poche e rischiano di
ridursi.
Metterle nelle condizioni di crescere significa rafforzare il
Paese.
La responsabilità nazionale che invochiamo e proponiamo a
tutte le parti politiche e sociali italiane deve muovere cinque
leve per rimettere l’impresa al centro:
.energia;
2.crescita dimensionale delle PMI;
3.contratti di sviluppo e innovazione;
4.semplificazioni e riforma della 231;
5.risorse adeguate agli obiettivi.
La prima leva è l’energia e lo ripeto con la forza che emerge
da tutte le nostre assemblee sul territorio: per le imprese il
prezzo dell’energia è ormai una vera e propria minaccia
esistenziale.
Non possiamo continuare a pagare nei nostri stabilimenti
l’energia ai prezzi più cari d’Europa.
L’Italia, per le scelte fatte nel passato rinunciando al nucleare, o
per quelle delle Regioni oggi sulle rinnovabili, ormai è
completamente fuori scala e fuori mercato.
Diamo atto al Governo di aver impostato una politica energetica
di maggior equilibrio, precondizione per salvaguardare il tessuto
produttivo.
Ora è arrivato il momento di decidere, con coraggio e in modo
bipartisan: dobbiamo riportare l’energia nella competenza
esclusiva dello Stato.
L’appello che lanciamo a tutte le forze politiche è sbloccare le
aree idonee per impianti fotovoltaici ed eolici di grande
taglia. Proprio quelle aree che continuano a incontrare forti
resistenze a livello regionale e locale, indipendentemente dal
colore politico. Chiediamo coerenza tra le dichiarazioni nazionali e le
decisioni sui territori: non si possono invocare più rinnovabili
e poi bloccarne le autorizzazioni.
Ci sono 4mila permessi richiesti dalle aziende per impianti
rinnovabili che risultano ad oggi bloccati.
Siamo a 85 gigawatt installati, ne servono ancora 50 da
realizzare entro 4 anni. Un terzo di quanto installato non è
stato ancora allacciato alla rete.
Restano 131 gigawatt in attesa di autorizzazione.
Il problema deve essere risolto subito.
Per effetto della fame di elettricità delle nuove tecnologie
come l’Intelligenza Artificiale, il fabbisogno di energia
raddoppierà nei prossimi 25 anni da 300 a 600 terawattora.
Negli Stati Uniti i data center hanno già consumato più energia
negli ultimi due anni che nei quattordici precedenti.
Dobbiamo potenziare la rete elettrica e velocizzare gli
allacciamenti.
Non c’è energia competitiva senza una rete in grado di
trasportarla dove serve.
Inoltre, la realizzazione di impianti di energia rinnovabile è la
precondizione per fare contratti di lungo termine competitivi che
consentano di disaccoppiarne il prezzo da quello del gas.
Contratti a lungo termine servono anche per il gas nei settori
della manifattura che non saranno elettrificabili almeno per i
prossimi anni, perché altrimenti rischiamo di perderli.
Il gas e gli impianti termoelettrici saranno fondamentali per
mantenere la stabilità energetica del Paese perché fanno già da
cuscinetto alle rinnovabili, ed è una miopia pensare di farne a
meno. La Germania lo ha già capito e lo sta facendo.
Dobbiamo poi accelerare il ritorno al nucleare.
Serve la corrente di continuità a zero emissioni che le
rinnovabili, pur necessarie, non possono garantire.
Continuare a sostenere che il nucleare sia inutile perché servono
10-15 anni per attivarlo è falso.
Inutile è ogni anno, ogni mese, che si perde.
Per questo abbiamo apprezzato molto che il Presidente del
Consiglio abbia dichiarato di voler accelerare in Parlamento
l’iter delle misure necessarie al ritorno al nucleare.
Ci auguriamo che tutti i partiti, in modo responsabile,
sostengano l’avvio più veloce possibile della sperimentazione
sul nucleare, perché è una scelta fondamentale per dare al
nostro Paese l’autonomia energetica.
Noi per primi, come imprese, siamo disponibili a ospitare i
piccoli reattori modulari nei nostri stabilimenti e nei nostri
distretti.
Quando ci renderemo conto che si tratta di un fattore di
sicurezza nazionale?
La seconda leva da azionare è una politica industriale
orientata alla crescita dimensionale e tecnologica delle
piccole e medie imprese.La riforma degli incentivi deve essere l’occasione per concentrare le risorse sugli strumenti che hanno funzionato per
le PMI, come il Fondo di Garanzia e la Nuova Sabatini, anche
utilizzando i co-finanziamenti regionali dei fondi di coesione,
evitando dispersioni e duplicazioni.
La sfida è costruire politiche selettive, sostenibili sul piano
fiscale e coerenti con il tessuto produttivo.
Il Paese cresce se le piccole aziende diventano medie e quelle
medie diventano grandi.
È questa la chiave della nostra manifattura, è questa la molla
che muove i nostri imprenditori.
Li muove attraverso la crescita interna e attraverso le
aggregazioni che danno nuovo slancio e motivano i nostri
collaboratori, dando a tutti i dipendenti maggiori stimoli e
maggiore solidità.
La crescita dimensionale va perseguita anche attraverso un
aumento degli incentivi fiscali a fusioni e acquisizioni.
Un importante ruolo per far crescere le piccole e medie
imprese lo possono giocare le grandi.
Attraverso un’accurata selezione delle filiere di appartenenza,
favorendo trasferimento di know-how, competenze e accesso
al credito nei territori.
Come Confindustria stiamo provando a sperimentare questo
metodo per una delle filiere più innovative: l’aerospazio.
Le sue opportunità, legate alla difesa e alle ricadute civili,
chiamano in causa la funzione strategica e la responsabilità
delle grandi imprese che devono agire da traino per il sistema
produttivo, dentro una politica industriale coerente con gli
interessi nazionali ed europei.
Fatemi aggiungere una cosa: siamo soddisfatti che siano state
emanate le norme attuative dell’iperammortamento, misura di
politica industriale con visione pluriennale per la crescita del
Paese, grazie alla quale ripartirà un ciclo di investimenti
industriali esteso fino al 2028.
Ma occorre fare un altro passo avanti: includiamo negli incentivi
anche gli investimenti delle imprese in software e cloud, che
sono oggi strumenti essenziali per accelerare la digitalizzazione
e l’adozione dell’Intelligenza Artificiale.
La terza leva da azionare per tornare a crescere sono i
contratti di sviluppo: potenziarli significa credere nel
principale strumento a sostegno dei grandi investimenti, che
ha già riguardato oltre 1.500 imprese.
Stiamo lavorando con il MIMIT per rendere i contratti di sviluppo
più efficaci e accessibili, ma dobbiamo essere più ambiziosi.
Negli ultimi dieci anni le imprese italiane hanno raddoppiato gli
investimenti in Ricerca & Sviluppo grazie al credito d’imposta e
agli Accordi per l’Innovazione.
Ora serve un passaggio ulteriore per aumentare selettivamente
le aliquote su tecnologie strategiche. E per estendere il più possibile la sperimentazione e la rapida
applicazione dell’Intelligenza Artificiale in tutte le filiere della
manifattura.
Dobbiamo accompagnare le imprese nell’addestramento dell’AI
sui propri dati e, ancor meglio, su quelli dell’intera filiera.
Per vincere questa sfida occorre un grande piano di formazione
per tutti i lavoratori.
E serve un progetto di formazione all’Intelligenza Artificiale
da iniziare nel ciclo delle superiori di secondo grado, per tutti
i giovani.
Come sistema industriale ci candidiamo ad affiancare la scuola
pubblica, come abbiamo già fatto con gli ITS Academy, passati
da 11mila a 41mila iscritti dal 2021.
La quarta leva sono le semplificazioni e la riforma della 231.
Autonomia energetica e crescita dipendono da un ecosistema di
regole stabili, un fisco prevedibile e organico, un’amministrazione
capace di mettere in pratica le scelte della politica e le domande
di investimento delle imprese. In tempi certi.
Senza queste condizioni qualsiasi investimento rischia di arenarsi
in continui rinvii.
Anche qui si gioca la partita della fiducia.
L’instabilità normativa è un male antico. Servono certezze.
Pensiamo che la Pubblica Amministrazione, ora che il PNRR
volge al termine, debba adottare come metodologia ordinaria la
valutazione continua che ha caratterizzato quel Piano.
Guardiamo al modello della ZES Unica che ha dimostrato
quanto semplificazione e velocità amministrativa siano decisive
per dare slancio agli investimenti.
Quasi 1.300 autorizzazioni uniche in poco più di due anni
hanno prodotto oltre 55 miliardi di impatto economico
complessivo e oltre 60mila posti di lavoro, diretti e indiretti.
Con una spesa pubblica di poco superiore a 5 miliardi.
Quel modello funziona e va replicato. Siamo lieti che il
Presidente del Consiglio abbia confermato l’estensione delle
semplificazioni della ZES come uno dei suoi obiettivi prioritari.
Ciò dovrà avvenire a condizioni di vantaggio per il
Mezzogiorno che è un bacino di crescita potenziale dell’Italia e
per il quale occorre lavorare ad una strategia dedicata
all’attrazione degli investimenti.
C’è poi una questione centrale per il nostro sistema produttivo
che non possiamo più rimandare.
Negli anni è diventato il simbolo dell’incapacità di tradurre in
fatti concreti le riforme condivise solo a parole: mi riferisco al
sistema della responsabilità connesso alla legge 231.
Quando fu concepita, venticinque anni fa, il principio era giusto:
incentivare chi innova i propri assetti organizzativi, premiare la
prevenzione degli incidenti sul lavoro e punire chi delinque
alterando la concorrenza.
Nel tempo, però, la 231 si è trasformata in uno strumento quasi
esclusivamente punitivo, avvicinandosi a forme di responsabilità
oggettiva.
Già un anno e mezzo fa l’avevamo indicata tra le priorità a
costo zero per la competitività, e abbiamo contribuito in modo
costruttivo al cantiere avviato dal Governo.
Dopo un anno e mezzo, quella riforma non è più solo
necessaria, è assolutamente urgente. Con il contributo di tutte le parti politiche, facciamola.
Facciamola ora.
La quinta leva da attivare è quella delle risorse adeguate agli
obiettivi.
Sappiamo che la finanza pubblica italiana ha margini molto
stretti.
Per questo pensiamo che la via da seguire sia quella di
un’azione di responsabilità nazionale per mobilitare risorse
private a fianco di quelle pubbliche.
Cominciamo dal fisco che è una leva di competitività. Richiede
una visione, non un accumulo di misure a breve termine,
frammentate e inique.
Non può essere un ostacolo agli investimenti.
Anche su questo, vogliamo fare la nostra parte.
L’Italia è quarta per pressione fiscale tra i Paesi avanzati, ma
esistono 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di
base imponibile.
Lanciamo una proposta al Governo e alle parti sociali.
Lavoriamo insieme, su queste misure, alcune delle quali hanno
perso la propria ragion d’essere o si sovrappongono tra loro.
Analizziamole insieme.
E identifichiamo i 20 miliardi da riallocare, senza aumentare
il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo
alla scuola.
È un atto concreto di responsabilità da compiere con decisioni
condivise di maggioranza e opposizione.
Significa anche riaprire il capitolo di una seria revisione della
spesa pubblica, per incidere su privilegi ed equilibri consolidati.
Cambiare questo stato di cose richiede fiducia e coraggio
politico.
Poi, serve una vera mobilitazione dei capitali privati.
Infatti, degli oltre 6mila miliardi di ricchezza finanziaria delle
famiglie, più di 1.500 miliardi sono fermi in depositi bancari,
magari a rendimento zero.
Dobbiamo lavorare su due interventi rapidi.
Il primo è convincere i risparmiatori, anche con incentivi
fiscali peraltro previsti dall’Europa, a investire anche solo l’1
per cento di quei depositi verso le imprese italiane. Questo si
tradurrebbe in 15 miliardi di nuovi investimenti.
Gli strumenti per farlo sono diversi.
Tra questi il rilancio dei PIR e l’introduzione, al più presto, dei
conti di risparmio e investimento rivolti alle persone fisiche,
richiesti anche dall’Unione Europea per la realizzazione di un
mercato unico dei capitali.
Siamo pronti ad aprire un tavolo di confronto con tutti gli
operatori per mobilitare capitali privati e investitori istituzionali.
Il secondo intervento consiste, infatti, nel far leva sull’ingente
patrimonio degli investitori istituzionali. Guardando ai soli enti previdenziali, fondi pensione
integrativi e casse di previdenza, si tratta di un patrimonio di
oltre 400 miliardi di euro, solo in piccola parte investito in
imprese e infrastrutture domestiche, nonostante i progressi
degli ultimi anni.
Sappiamo che le cinque priorità che abbiamo indicato toccano
interessi consolidati, privilegi acquisiti, equilibri (o squilibri) che
durano da decenni.
Ma la nostra chiamata alla responsabilità non deve diventare
terreno di scontro politico ma piattaforma di dialogo sugli
obiettivi da raggiungere.
Vi chiediamo di lavorarci insieme.
Si tratta di temi su cui la competizione politica di certo non porta
benefici per i cittadini, ma rischia di creare paralisi, e scaricare
sulle generazioni future il costo delle scelte che oggi non
abbiamo il coraggio di fare.
I cittadini italiani capiscono le decisioni difficili, quando vengono
prese con chiarezza e con responsabilità condivisa.
Quello che non capiscono e che non meritano, è veder
trasformata ogni decisione necessaria in un campo di battaglia
elettorale.
La fiducia non si costruisce e non si consolida solo tra
imprese e Istituzioni.
Si ricostruisce anche dentro la politica e tra le parti sociali.
Confindustria è tornata ad un dialogo diretto e continuo con
le confederazioni sindacali.
E insieme, invece di concentrarci sui punti che ci dividono,
abbiamo costruito una posizione comune affinché i contratti
nazionali di lavoro firmati dalle organizzazioni
comparativamente più rappresentative diventino il punto di
riferimento per tutti i lavoratori, in tutti i settori. E il Governo
ci ha ascoltato.
Da questo binomio tra contratto “buono” e salario “giusto” può
nascere un patto di responsabilità per superare i contratti
pirata, che deprimono redditi e diritti dei lavoratori e fanno
concorrenza sleale a chi, come la manifattura, assicura migliori
retribuzioni e migliore welfare aziendale.
Sono orgoglioso del lavoro comune avviato con i sindacati,
che continua su molti altri punti, tra i quali il più importante è
ancora la sicurezza sul lavoro.
Oggi le principali confederazioni sindacali italiane
sostengono in Europa priorità analoghe alle nostre, a partire
dal tema dell’energia, per difendere industria e lavoro.
Ma in Italia resta aperta la questione salariale. Lo dico con
chiarezza: noi da soli, con i nostri migliori contratti, non
riusciamo a risolverla.
Le basse retribuzioni allontanano i giovani dall’Italia.
Troppi settori offrono solo contratti a tempo e salari insufficienti. Se vogliamo affrontare seriamente il problema, dobbiamo
condividere tutti il principio per cui la retribuzione è una
questione di attrattività per l’Italia e le sue imprese.
I salari bassi incidono negativamente sulla qualità della vita
delle persone, sulla natalità e frenano la domanda interna, che
resta il principale mercato per la maggior parte delle imprese, e
l’unico per molte piccole realtà.
Anche il Piano Casa è nato dalla stessa consapevolezza.
Il Governo lo ha varato di recente per realizzare unità
abitative a canone e prezzo di acquisto inferiore ai livelli di
mercato, così da consentire occupabilità e integrazione
sociale a giovani, famiglie e anziani.
Oggi si tratta di coinvolgere il capitale paziente degli enti
previdenziali, dei fondi e delle assicurazioni, con la stessa
logica pubblico-privata che proponiamo per gli investimenti
nella manifattura.
Perché non possiamo dimenticare che, continuando lungo la
strada dell’inverno demografico, entro il 2040 mancheranno in
Italia 5 milioni di giovani, anche a causa dei costi sempre più
insostenibili delle abitazioni per le giovani famiglie.
Consentire ai lavoratori e alle fasce più deboli della società di
accedere ad abitazioni di qualità a un prezzo sostenibile non è
solo una misura sociale, è un grande piano di politica
economica, capace di rimettere in moto la crescita del Paese.
Ma anche qui bisogna agire con responsabilità, per il bene
comune e non secondo interessi di parte: tocca ai Comuni
individuare e mettere a disposizione le aree per la
costruzione di nuove abitazioni.
Ci aspettiamo la stessa attenzione e rapidità da tutte le
amministrazioni locali perché, in caso contrario, a pagarne il
prezzo sarebbero coloro che attendono questa misura.
Noi siamo quello che decidiamo di fare.
E la nostra scelta l’abbiamo già fatta: investimenti, ricerca e
innovazione, progresso.
Nonostante le fragilità e gli enormi rischi che abbiamo di fronte,
la manifattura italiana è ancora la seconda in Europa e l’ottava
nel mondo.
Genera il 15 per cento del PIL, almeno il doppio considerando
l’indotto.
Siamo il motore della crescita in tutti i territori.
E restiamo convinti che l’Italia abbia davanti a sé un futuro
industriale basato sull’alta qualità dei prodotti e dei processi
produttivi.
Su imprese più robuste, sul piano dimensionale e
patrimoniale, con maggiore produttività del lavoro. E con
lavoratori meglio retribuiti.
Offriamo fiducia, e chiediamo fiducia.
La fiducia si costruisce con le scelte, con la coerenza di tutti,
dentro e fuori questa sala.
Con la partecipazione di tutta la comunità, unita.
Con la determinazione e la visione che questo momento
richiede al Paese intero. In una parola, con responsabilità.
È il tempo del coraggio. Abbiamo il privilegio di poter essere coraggiosi in pace e non
in guerra come invece succede a popoli a noi vicini: usiamo il
coraggio per continuare a costruire sviluppo, competitività e
opportunità.
Questa è l’unica via capace di generare futuro, coesione
sociale e benessere diffuso.
Noi siamo convinti che l’Italia, quando riesce a esprimere il
meglio di sé, sappia percorrere questa via con la stessa
responsabilità, ambizione e determinazione che anima le
nostre imprese.
E noi crediamo nella fiducia, nel coraggio e
nella responsabilità.
Grazie.
Roma, 26 maggio 2026