Di Paolo Razzuoli
Siamo ormai a pochi giorni dal referendum confermativo sulla riforma della Giustizia, ed il dibattito si è ancor più incattivito, con il lancio di polpette avvelenate che niente hanno a che fare con il merito del quesito. Abbiamo sentito di tutto: minacce, mistificazioni, affermazioni sgangherate, falsità, ricatti, agitazione di fantasmi della storia: insomma di tutto un po’, per avvelenare un confronto che invece avrebbe dovuto essere pacato e possibilmente chiarificatore di una materia già di per sé assai complicata.
In questo marasma è ben comprensibile la posizione di chi è tentato di restare a casa, disertando le urne.
Ciò nonostante, è invece importantissimo sfuggire a questa tentazione e recarsi alle urne, perché il referendum riguarda una materia importantissima, che attende di essere riformata ormai da vari decenni.
Va a questo punto ricordato che nel referendum confermativo ai sensi dell’Art.138 della nostra Costituzione, non è previsto alcun quorum di votanti, per cui la consultazione sarà valida indipendentemente dai partecipanti.
In poche righe, cerco di sintetizzare il merito del quesito su cui saremo chiamati ad esprimere il nostro Sì o il nostro No, con la speranza di aiutare a comprendere ciò che la bassa qualità del dibattito che si sta sviluppando rende di fatto incomprensibile.
siamo alla vigilia di un appuntamento che definire "tecnico" sarebbe un errore imperdonabile. Il referendum sulla Giustizia dei prossimi 22 e 23 marzo tocca la carne viva della nostra democrazia. Non si tratta di una battaglia contro la magistratura, ma di una battaglia per una magistratura che assolva al suo compito nel pieno rispetto del dettato costituzionale. Una riforma quindi per una magistratura indipendente e libera da qualsiasi condizionamento, ivi compreso quello del proprio sindacato; una riforma per tutti i cittadini.
Da troppo tempo il nostro sistema giudiziario soffre di un cortocircuito che mina la fiducia dei cittadini. Le lungaggini, la percezione di parzialità e il peso delle dinamiche correntizie hanno scavato un fossato fra cittadini e istituzioni giudiziarie su cui è il momento di gettare un ponte. Ovviamente questa riforma non pretende di affrontare e risolvere tutte le criticità del sistema giudiziario; la sua approvazione tuttavia risulta imprescindibile per avviare quel processo di ammodernamento dell’Ordinamento Giudiziario di cui le forze più vive della società italiana avvertono da tempo la necessità.
La separazione delle carriere è l’architrave di questa riforma. In ogni democrazia liberale, l’accusa e la difesa devono trovarsi su un piano di assoluta parità davanti a un giudice che non appartiene all'ordine di nessuno dei due.
La situazione attuale: Oggi, il Pubblico Ministero e il Giudice condividono lo stesso percorso professionale, gli stessi concorsi e lo stesso organo di governo. Questa vicinanza organica rischia di creare un "sentire comune" che penalizza la difesa.
La soluzione del SÌ: Separare le carriere significa che chi indaga farà solo quello, e chi giudica sarà specializzato nell'ascolto imparziale delle parti. Il Giudice non sarà più un "collega" del PM, ma un arbitro solenne e indipendente.
Il secondo pilastro riguarda il CSM e l'introduzione del sorteggio. Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che il sistema elettorale attuale ha favorito la nascita di "correnti" che funzionano come partiti politici interni alla magistratura.
La situazione attuale: Molte carriere non sono state decise dal merito, ma dall'appartenenza a questo o quel gruppo associativo. Questo sistema umilia i magistrati laboriosi e indipendenti che non vogliono piegarsi a logiche di potere.
La soluzione del SÌ: Il sorteggio (nelle sue varie forme previste dalla riforma) rompe il meccanismo del "voto di scambio" interno. Restituisce dignità al merito e assicura che l'organo di governo della magistratura torni a essere un luogo di alta amministrazione e non di bassa politica.
Infine, la riforma istituisce un'Alta Corte Disciplinare. Si tratta di un organo composto non solo da magistrati, ma anche da figure di alto profilo tecnico e giuridico esterne.
La situazione attuale: Il giudizio disciplinare sui magistrati è oggi affidato a una sezione del CSM. In sostanza, i magistrati giudicano se stessi. Questo ha generato, agli occhi dell'opinione pubblica, una sensazione di impunità o di eccessiva indulgenza.
La soluzione del SÌ: Un organo esterno garantisce che la responsabilità professionale sia accertata con rigore e trasparenza. Chi amministra la legge in nome del popolo deve essere il primo a rispondere della propria condotta davanti a un tribunale che non lasci spazio a sospetti di corporativismo.
C’è chi dice che queste riforme non siano prioritarie. Ma come può non essere prioritario un sistema in cui il cittadino entra in un’aula di tribunale con il dubbio che le carte siano già segnate? Come può non essere prioritario dare efficienza a un sistema che, con la sua lentezza, costa all'Italia punti di PIL e credibilità internazionale?
Votare SÌ il 22 e 23 marzo non significa indebolire la Giustizia, ma migliorarne la qualità. Significa proteggere i magistrati coraggiosi dalle derive politicizzate e garantire a ogni persona che viene giudicata che avrà davanti a sé un giudice "terzo e imparziale", come vuole la nostra Costituzione.
Aldilà del testo complicato e un po’ da Azzeccagarbugli del quesito, il suo significato vero è: “Volete voi un processo giusto in linea con l’Art.111 della nostra Costituzione?” La risposta non può che essere una: “Sì”.
Il 22 e 23 marzo, rechiamoci alle urne: come già detto sopra, la consultazione sarà valida qualsiasi sia il quorum dei votanti. Sosteniamo una riforma di civiltà e di democrazia. Votiamo SÌ. E facciamolo con la serenità di chi si mantiene distinto e distante dalle pulsioni distorsive che hanno inquinato il dibattito di queste settimane.
Ricordiamoci che non si voterà Sì o No per l’attuale Governo: per questo si voterà il prossimo anno, quando si svolgeranno le elezioni politiche, e quella sarà un’altra storia.
Votiamo Sì per un Paese più moderno, più libero, più democratico e più giusto.
Lucca, 15 marzo 2026