Di Paolo Razzuoli
Nella fase attuale, impegnata dal dibattito sul referendum confermativo della proposta di riforma della Giustizia, è utile aprire una finestra su un altro tema: quello della proposta di una nuova Legge Elettorale. Una finestra sollecitata dalla stessa maggioranza di governo, che proprio ora ha presentato la sua proposta. Personalmente avrei atteso la conclusione della vicenda referendaria. Ma posto che si è ritenuto di agire diversamente, ecco qualche riflessione su questo importante argomento.
Della disaffezione alle urne dell’elettorato, si parla per qualche giorno dopo ogni tornata elettorale, salvo poi dimenticarsi del problema. Una dimenticanza ipocrita giacché, posto che il risultato elettorale è comunque valido, raggiunto lo scopo dell’elezione, di tutto il resto non importa.
Un atteggiamento irresponsabile, soprattutto in ragione della funzione propria di coloro che ci rappresentano ai livelli più alti, che dovrebbero avere sensibilità e strumenti culturali idonei per saper leggere la società e le sue dinamiche. Aggiungo che l’ipocrisia è bipartisan: aldilà delle apparenze, nessuna segreteria di partito vorrebbe privarsi di un improprio privilegio, che dopo decenni di liste bloccate è vissuto quasi come naturale.
In un’epoca segnata pertanto da un crescente distacco tra cittadini e istituzioni, il dibattito sui sistemi elettorali torna al centro della scena, con la presentazione della proposta di una nuova Legge Elettorale, che dovrebbe sostituire l’attuale, la cosiddetta Rosatellum.
Il dibattito sull’impianto della legge, si preannuncia infuocato. In questo articolo mi soffermo su un solo elemento della normativa: la possibilità di esprimere le preferenze, sul presupposto che consentire all'elettore di scrivere il nome del proprio candidato non è solo un dettaglio tecnico, ma l'essenza stessa della rappresentanza. Un dato politico rilevantissimo, anche se da coniugarsi con tanti altri. La proposta di Legge Elettorale è pensata per favorire coalizioni che invece io – in accordo con vari settori dello spettro politico - ritengo vadano superate. Su tale presupposto, in molti articoli ho motivato la mia scelta per il sistema proporzionale con sbarramento. Il dibattito che si svilupperà, offrirà sicuramente occasioni per tornarci sopra.
Con le cosiddette "liste bloccate", l'elettore si limita a ratificare decisioni prese nelle segreterie dei partiti. Il voto di preferenza inverte questa piramide: il potere di decidere chi siederà in Parlamento torna nelle mani di chi vota. Questo trasforma l'elettore da spettatore passivo a decisore attivo, restituendo dignità al gesto democratico.
Senza preferenze, la carriera di un politico dipende spesso dalla sua capacità di compiacere i vertici del partito per ottenere un posto "sicuro" in lista. Con il voto di preferenza, il criterio cambia: per essere eletti serve il consenso sul territorio. Questo premia chi lavora bene, chi è radicato nella propria comunità e chi dimostra competenza, obbligando la classe politica a un costante esame di merito davanti ai cittadini.
Perché andare a votare se i giochi sembrano già fatti? Il voto di preferenza è un potente antidoto alla disaffezione. Sapere che il proprio voto può determinare direttamente l'elezione di una persona stimata, e non solo una sigla astratta, è un incentivo formidabile a recarsi alle urne. La scelta nominale crea un legame diretto, quasi un "contratto" di fiducia tra eletto ed elettore.
Il legame che si crea con la preferenza non finisce il giorno delle elezioni. Un rappresentante eletto grazie ai voti dei suoi concittadini si sente (ed è) molto più responsabile verso di loro. Questo permette un controllo sociale più efficace: il politico sa che, se tradirà le promesse o agirà contro gli interessi del territorio, non potrà nascondersi dietro un simbolo alle elezioni successive.
Nonostante le critiche che talvolta accompagnano questo sistema — come il rischio di eccessive spese elettorali — i benefici per la salute della democrazia sono immensi. La preferenza è lo strumento che trasforma il "voto di appartenenza" o il "voto di protesta" in voto di consapevolezza.
In definitiva, sostenere le preferenze significa credere che il popolo sia abbastanza maturo per scegliere i propri rappresentanti, senza bisogno di "tutori" politici che decidano dall'alto.
La proposta di Legge Elettorale presentata dalla maggioranza, non prevede il voto di preferenza; si dice però che in Parlamento sarà presentato un emendamento per introdurlo. Vedremo!!!
Sarà un banco di prova per verificare se le forze politiche hanno veramente consapevolezza della necessità di ricucire il rapporto fra politica e società, oppure se, ancora una volta, prevarrà l’arroganza di una politica sorda e cieca ai segnali provenienti dal tessuto sociale, e sostanzialmente interessata alla sua autoconservazione.
Dopodiché ogni “lamentazione” sulla disaffezione dell’elettorato alle urne, apparirà una fastidiosa espressione di ipocrisia.
Lucca, 8 marzo 2026