di Paolo Razzuoli
Fra le motivazioni dei sostenitori del No al prossimo referendum, mi sono sentito ripetere più volte anche quella secondo cui il Sì rafforzerebbe il governo. Conseguenza: chi non sostiene questa stagione politica non può votare Sì alla proposta di riforma. Una posizione che confonde il giudizio di merito sull’oggetto del referendum, i cui effetti ovviamente vanno ben oltre l’attuale contingenza, con valutazioni legate all’attuale stagione politica.
Un errore di valutazione e di prospettiva, in cui non cadono quelle componenti liberal-democratiche che hanno trovato la capacità di separare il giudizio su una riforma da tempo attesa, che è di stampo democratico e di “sinistra”, con l’atteggiamento di non condivisione dell’azione di governo dell’attuale maggioranza di centrodestra.
Confusione non nuova e che, unitamente ad un atteggiamento di conservatorismo costituzionale ben radicato in ampi settori del mondo accademico oltre che politico, hanno prodotto gravi danni per la democrazia italiana, quale ad esempio la bocciatura nel 2016 della proposta di riforma del Governo Renzi che, se approvata, avrebbe scritto un’altra storia della vicenda politica dell’ultimo decennio.
Fortunatamente non è sempre stato così. Un insegnamento mirabile ci proviene dalla fase costituente, in cui i “giganti” che ne furono i protagonisti trovarono la capacità di separare il lavoro ed il confronto per la scrittura della Carta, con le tempestose vicende del governo, che proprio in quella fase, vide la rottura dell’unità delle forze del CLN.
Quindi il miracolo della Costituente italiana non risiede solo nella qualità giuridica della nostra Carta, ma soprattutto nel profilo morale e politico di chi la scrisse, che appare ben diverso da chi oggi si sciacqua la bocca con la Costituzione ad ogni piè sospinto, sia nel mondo politico che in quello accademico. Tra il 1946 e il 1948, l'Italia visse un paradosso virtuoso che oggi appare quasi incomprensibile: la capacità di tenere rigorosamente separati il "destino comune" della nazione dalla "lotta di fazione" quotidiana.
L’impermeabilità del lavoro costituente
Il 1947 fu l'anno della grande frattura. A maggio, con l'esclusione delle sinistre (PCI e PSI) dal governo De Gasperi, l’unità politica del Comitato di Liberazione Nazionale si frantumò definitivamente. L'Italia divenne uno dei fronti caldi della Guerra Fredda; la dialettica nelle piazze e in Parlamento si fece aspra, ideologica, talvolta violenta.
Eppure, dietro le porte dell'Assemblea Costituente, accadde l'imprevedibile. Quegli stessi leader che fuori si scontravano duramente sulle scelte economiche e sulle alleanze internazionali, dentro continuavano a dialogare con una lealtà istituzionale incrollabile.
La distinzione tra "Politica" e "Polity": I Costituenti compresero che mentre il governo è il luogo della contingenza, la Costituzione è il luogo della permanenza.
Il metodo del "compromesso alto": Non si trattò di un inciucio, ma della ricerca di un linguaggio comune in cui cattolici, comunisti, socialisti e liberali potessero riconoscersi senza rinnegare la propria identità.
Il contrasto con la deriva contemporanea
Se guardiamo all'oggi, il confronto è impietoso. La materia costituzionale, un tempo considerata "terreno neutro" e sacro, è scivolata nell'arena della propaganda elettorale.
Oggi la Costituzione è diventata una clava: per chi governa, è spesso vista come un intralcio da "modernizzare" unilateralmente; per chi è all'opposizione, la sua difesa diventa talvolta un pretesto di lotta antigovernativa radicale, perdendo di vista il merito tecnico per favorire lo scontro politico.
Una lezione di maturità
La lezione del maggio 1947 ci insegna che la democrazia è solida solo quando le regole del gioco sono condivise da chi perde tanto quanto da chi vince. I nostri padri costituenti, pur tra diffidenze e visioni del mondo opposte, ebbero il coraggio di "disarmarsi" davanti alla Carta: deposero le armi della polemica per impugnare quelle della ragione giuridica e del bene comune.
Recuperare quello "spirito costituente" non significa annullare il conflitto politico, ma riconoscere che esiste un perimetro d'oro che deve restare immune dalle scosse dei sondaggi e delle crisi di governo.
Lucca, 22 febbraio 2026