di Paolo Razzuoli
Il livello dello scontro fra forze in campo per il prossimo referendum ha assunto un livello istituzionale e toni che sarà bene abbassare. Comunque vada la consultazione, ci sarà un dopo, che chiama in causa tanto la politica che la magistratura, che dovrà essere gestito con equilibrio e senza rancori.
IL confronto deve essere riportato sul binario giusto, quindi sul merito del quesito, senza delegittimazioni, e senza esasperare un conflitto che comunque dovrà essere ricomposto.
In particolare vanno evitati atteggiamenti delegittimatori a livello istituzionale, estremamente pericolosi in un contesto sociale come il nostro assai fragile, in cui la fiducia nelle istituzioni democratiche e nella politica in genere non gode certo di buona salute.
Bisogna evitare che il referendum lasci troppe macerie sulla sua strada. Bene ha fatto il Presidente Mattarella, ha intervenire alla seduta del CSM, lanciando un appello ad abbassare i toni ed al rispetto reciproco.
Entrando nel merito del quesito, propongo ai lettori di Fucinaidee una serie di obiezioni alle motivazioni del No, e un decalogo di ragioni in favore del Sì.
So benissimo che le obiezioni non scalfiranno le “granitiche convinzioni” di coloro che hanno la fobia per qualsiasi modifica costituzionale; quelli iscritti al "club Bella Ciao" per cui non si tocca la Costituzione più bella del mondo nata dalla Resistenza.
Non scalfiranno nemmeno la convinzione di coloro che voteranno No in funzione antigovernativa.
E non scalfiranno nemmeno il convinto No di coloro che "ci vuole ben altro per risolvere i problemi della Giustizia", e nemmeno di coloro che fanno il processo all'intenzione vedendo, ad esempio, volontà di assoggettamento del Pubblico Ministero alla politica, quando di ciò non vi è traccia negli articoli della Costituzione riformati.
Ce ne faremo una ragione…..
Spero invece che obiezioni e motivazioni possano risultare utili per coloro che desiderano capire il merito del quesito, e che vorranno maturare una scelta con consapevolezza e senza posizioni precostituite.
1. “I passaggi tra le funzioni sono già rarissimi; la legge Cartabia li ha quasi azzerati”. La separazione delle funzioni,
sostanzialmente stabilizzata con la riforma Cartabia, è un’ottima cosa, perché impedisce assurdità del passato, come Davigo che finisce la carriera da
Presidente di sezione di Corte di Cassazione, dopo una vita da PM. Ma anche a funzioni separate, oggi PM e Giudici rimangono nello stesso ordinamento,
nella stessa famiglia, o se preferisci nella stessa squadra di calcio. Il punto è che l’arbitro, cioè il giudice nel processo accusatorio, non può appartenere
ad una delle due squadre. Ecco perché é necessaria la separazione delle carriere: formazioni separate, CSM separati, percorsi professionali autonomi ed
indipendenti, associazionismo separato.
2. “Condividere formazione e CSM unico non è un ostacolo all’obiettivo costituzionale”. Lo è, invece, sul piano culturale e della governance: un autogoverno
unico e un percorso formativo comune tendono a creare una cultura di corpo indifferenziata tra giudicanti e requirenti. La separazione dei Consigli e dei
percorsi serve proprio a evitare controlli incrociati e conflitti d’interesse (per esempio, valutazioni di carriera del PM influenzate da togati giudicanti
e viceversa). Due filiere distinte chiariscono i ruoli e rafforzano entrambe le indipendenze.
3. “Non c’è pericolosa contiguità tra PM e giudice; anzi, il sistema funziona”. I fatti contraddicono l’ottimismo: tassi elevati di custodia cautelare,
frequenti conferme in fotocopia delle richieste del PM in fase precoce, e un linguaggio comune tra uffici requirenti e giudicanti sono segnali di una contiguità
culturale. La separazione delle carriere non garantisce da sola la correzione di queste derive, ma elimina il presupposto (la filiera unica) che le facilita.
Dire “funziona” mentre si riconoscono difetti strutturali equivale a minimizzare una patologia.
4. “Il vero rischio è che la separazione sia un passo verso un PM sotto il governo; in molti Paesi è così”. È un falso nesso causale. La separazione delle
carriere non implica dipendenza dall’esecutivo, è la Costituzione a fare da guida. Il Sì punta a due carriere entrambe autonome, con autogoverni distinti
e con l’obbligatorietà dell’azione penale esplicitamente preservata. Se si vuole evitare ogni influenza del governo, la via maestra è proprio blindare
per Costituzione autonomia e obbligatorietà del PM, non mantenerlo nella stessa carriera del giudice. Separare è cosa molto diversa dal subordinare: anzi,
chiarisce l’indipendenza di entrambi i rami.
5. “La riforma non incide sui problemi veri: durata dei processi, carceri, eccessi di preventiva, ecc…” Nessuna riforma monotematica risolve tutto. Ma la
separazione è la condizione abilitante per riforme che incidano davvero su tempi e garanzie: filiere e responsabilità chiare rendono più lineari le valutazioni
disciplinari, riducono la conflittualità interna al CSM, favoriscono standard uniformi su misure cautelari, discovery, cross-examination, filtri all’azione
penale, priorità trasparenti. Senza ruoli nettamente separati, ogni intervento successivo resta esposto alla “zona grigia” tra requirente e giudicante.
6. “Dire Sì significa allinearsi alla polemica contro la magistratura; meglio non schiacciarsi”. Questo è un mantra politicista che sposta il discorso sul
“chi” invece che sul “che cosa”. Il Sì non è “contro i magistrati”, è pro-garanzie: chiede regole più chiare nell’interesse di imputati, vittime e comunità,
e tutela anche i magistrati dal sospetto di promiscuità. Peraltro, il mondo forense da anni chiede questa riforma; e dentro la stessa magistratura le posizioni
sono articolate, non unanimistiche.
7. “Rappresentare i riformisti non significa firmare in bianco: temo che la riforma apra a derive peggiori”. Proprio per evitare “firme in bianco” la scelta
riformista è costituzionalizzare i paletti: due carriere, due Consigli, autonomia e indipendenza garantite per entrambe, obbligatorietà dell’azione penale,
criteri di priorità tracciabili. È la via più prudente e garantista per chi, da riformista, vuole meno ambiguità di sistema e più responsabilità.
8. “Lo scopo vero di questa legge è indebolire la magistratura a vantaggio del governo, alterando gravemente il principio dell’equilibrio e della separazione dei poteri”. Basta leggere gli articoli della Costituzione riformati, ed in particolare l’Art. 104, per rendersi conto della inesistenza di tale volontà. E’ un rischio agitato dal fronte del No, per spaventare l’elettorato e per coprire la mancanza di argomenti seri.
9. “Questa legge comporta la modifica di ben 7 articoli della Costituzione a colpi di maggioranza: una condotta inaudita, perché la Costituzione, laddove fosse necessario cambiarla, lo si fa con molta prudenza e di comune accordo fra tutte le forze politiche”. Certo le modifiche costituzionali vanno fatte con molta prudenza e, laddove possibile con maggioranze ampie. Giacché ciò non è di sovente praticabile, in ragione della particolare dialettica delle forze politiche italiane, l’Art. 138 della Costituzione prevede l’intervento dell’elettorato tramite il referendum confermativo. Comunque è fastidioso sentire questa osservazione da coloro che, ad esempio nel 2001, non hanno esitato ad approvare a colpi di maggioranza e vicino alle elezioni politiche, la riforma del Titolo V cost, i cui danni sono sotto gli occhi di tutti.
10. “Se questa riforma verrà approvata con la vittoria del Sì, si aprirà la strada al premierato”. Ma perché mai” Anche quella riforma implica la modifica della Costituzione e, posto che non c’è in Parlamento la maggioranza di due terzi, sarà possibile chiedere il referendum confermativo per rifiutarla. Si tratta quindi di un argomento del tutto pretestuoso.
Dieci buone ragioni per dire SÌ alla separazione delle carriere e per una giustizia più giusta, terza e credibile
1. “Un giudice terzo è la prima garanzia di libertà”
Perché senza un giudice terzo non ci può essere il necessario riequilibrio del potere del Pubblico Ministero.
Il giudice deve essere libero da ogni vincolo e da ogni influenza, distinto da chi esercita l’accusa. È un principio costituzionale e una condizione essenziale di libertà per tutti. La separazione delle carriere rafforza la figura del giudice e restituisce fiducia, equilibrio e credibilità alla giustizia.
2. “Ruoli diversi, stesse garanzie”
Due carriere diverse, una sola giustizia al servizio delle persone.
Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa organizzazione, si valutano tra loro, condividono carriera e organo di governo. La riforma li distingue, rendendoli autonomi e complementari, e riportando chiarezza nel sistema. È così che la giustizia si declina in uno Stato di diritto democratico e liberale.
3. “Per un processo davvero equo, ad armi pari”
Solo la parità delle parti garantisce i diritti di tutti.
Nel giusto processo accusa e difesa devono confrontarsi in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. Solo così la verità nasce dal confronto e non dall’autorità. Separare le carriere significa dare piena attuazione ai principi costituzionali del processo accusatorio e restituire ai cittadini la certezza di un giudizio fondato solo sulle prove e garantito da un giudice distante allo stesso modo da chi accusa e da chi difende.
4. “Come in tutte le democrazie liberali”
L’Europa separa i ruoli, l’Italia deve colmare il ritardo.
In tutte le democrazie consolidate in Europa e nel mondo giudici e pubblici ministeri dipendono da organizzazioni distinte. L’Italia, che rappresenta oggi un’anomalia assoluta, deve finalmente allinearsi ai modelli liberali ed evoluti, non per imitazione, ma per coerenza con la propria Costituzione e con il principio di separazione dei poteri.
5. “Una giustizia che fa paura non è giusta”
Chi crede nello Stato deve poter credere anche nella sua giustizia.
Quando i ruoli si confondono, la fiducia si incrina. Una giustizia che intimorisce o si chiude in se stessa smette di essere credibile. Separare le carriere significa renderla più trasparente, più vicina a chi chiede tutela e protezione. Perché la fiducia è la prima forma di giustizia, e la giustizia credibile è la base della democrazia.
6. “Separare per difendere autonomia e indipendenza del giudice”
L’autonomia si protegge distinguendo i ruoli, non confondendoli.
Separare assicura l’autonomia del giudice rispetto al pubblico ministero e aiuta a difendere l’indipendenza della magistratura da ogni condizionamento politico, ideologico o corporativo, rafforzando la sua funzione di garanzia. Una magistratura libera è una giustizia più forte: al servizio della verità e dei diritti, non del potere.
7. “Sorteggio dei componenti del CSM: più trasparenza e meno correntismo”
La giustizia deve rispondere ai cittadini, non ai gruppi di potere.
Con il sorteggio dei componenti dei due CSM verranno superate le logiche del correntismo che condizionano nomine e carriere, facendo prevalere l’appartenenza sul merito e sulle competenze. Il CSM tornerà così organo di garanzia, come previsto dalla Costituzione, e non strumento di potere interno, capace di condizionare gli stessi magistrati che dovrebbe tutelare.
8.
“Il Presidente della Repubblica, garante dell’equilibrio e dell’unità della
giustizia”
Il Capo dello Stato resta il custode della Costituzione e della libertà dei cittadini.
La riforma valorizza il suo ruolo di garanzia: il Presidente continuerà a presiedere entrambi i Consigli Superiori, assicurando coerenza e indipendenza per la magistratura. È il segno più alto di un equilibrio istituzionale che unisce, non divide: una giustizia ordinata e fedele ai principi della Repubblica e di uno Stato liberale.
9. “Un’Alta Corte per una giustizia che risponde a tutti”
La giustizia deve essere trasparente nei confronti dei cittadini, non rendere conto solo a se stessa.
Chi amministra la giustizia deve rispettarne le regole come ogni cittadino. L’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, autonoma e indipendente dai Consigli Superiori, i cui componenti saranno selezionati per sorteggio e in parte nominati dal Presidente della Repubblica, garantirà finalmente che le responsabilità dei magistrati siano valutate con terzietà e trasparenza. La credibilità nasce anche dalla responsabilità: nessuno è al di sopra della legge, tantomeno chi la applica.
10. “Una battaglia di libertà, non di potere”
È la riforma di chi crede nella Costituzione e nella giustizia come servizio ai cittadini.
È la storica battaglia trentennale della cultura liberal-democratica: non contro qualcuno, ma per tutti. Perché separare le carriere non è uno slogan, ma un atto di civiltà.
Dire SÌ significa, restituire credibilità e autorevolezza alla magistratura, avere un processo più giusto e una giustizia più trasparente nell’interesse di tutti i cittadini.
Lucca, 18 febbraio 2026
Articoli della Costituzione riformati: comparazione fra il testo vigente e quello riformato