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Costituzione e fobie per ogni suo aggiornamento

di Paolo Razzuoli

Sono convinto che l'Assemblea Costituente sia stata - qualitativamente - forse la più alta "assise politica" della nostra storia repubblicana. Sono un assiduo lettore dei suoi atti, rivelatori della passione, dello slancio, della forza e della competenza dei suoi membri.
La Costituzione che fu elaborata e varata, è uno straordinario documento, in cui si rispecchiano tutte le istanze di cambiamento e di sviluppo democratico e civile che allora solcavano la società italiana, che voltava pagina dopo la dittatura fascista, e l'immane tragedia della guerra e della guerra civile.
Si cercò il compromesso alto fra le culture protagoniste di quella stagione, che consentì di varare un testo di straordinaria modernità e lungimiranza soprattutto nella parte iniziale, vale a dire quella dei principi generali.

A distanza di ottant'anni, e posta la rapidità del cambiamento nel tempo che viviamo, è inevitabile che alcune parti, ed in particolare quelle concernenti l'architettura istituzionale, risentano di un po' di invecchiamento. C'è pertanto un bisogno di adeguamenti a situazioni deltutto imprevedibili per i Padri Costituenti, e che nulla tolgono alla grandezza del loro lavoro. E' soprattutto la parte concernente l'architettura istituzionale ed il funzionamento degli organi dello Stato che necessita di un adeguamento alle sfide della contemporaneità e dei mutati contesti interni ed internazionali; adeguamento che pertanto non coinvolge la parte iniziale ovvero quella dei principi generali. In un intervento ad una conferenza, un amico ha avuto modo di dire che anche la Costituzione è - se pur nella sua grandezza - un documento "umano" e come tale può aver bisogno di essere aggiornato. Un messaggio rivolto a coloro che - tanto nel mondo politico che in quello accademico - sono sempre in prima linea nell'opposizione a qualsiasi ipotesi di cambiamento della "Costituzione più bella del mondo, nata dalla Resistenza.
Certo è materia da trattarsi con i guanti, sfuggendo alla tentazione (purtroppo assai diffusa), di volerla declinare sulla base di interessi politici contingenti e non di valutazioni oggettive in cui tutte le parti (o quantomeno quelle realmente collaborative) possano riconoscersi. Equilibrio e lungimiranza che non sempre hanno guidato le riforme costituzionali, come ad esempio quella al Titolo V del 2001, approvata dall'allora centro-sinistra e confermata dal successivo referendum popolare. Riforma costituzionale di cui ancora oggi ben si avvertono gli effetti distorsivi.

Ma parlare della Costituzione in Italia non è mai solo un esercizio di diritto, ma spesso un viaggio nell'emotività - o peggio nella strumentalizzazione - politica. Per chi si oppone strenuamente a ogni modifica della Carta del 1948 — i cosiddetti "benaltristi" o i "difensori del totem" — la Costituzione non è un semplice testo normativo, ma un oggetto sacro.
Questa resistenza al cambiamento affonda le radici in una serie di fobie specifiche, nate dal trauma storico della dittatura e alimentate dalla sfiducia verso la classe politica contemporanea.

Le 3 Grandi Fobie dei "Conservatori della Carta"

Una Costituzione "Pietrificata"?

Il rischio di queste fobie è la trasformazione della Costituzione in un reperto archeologico. Se da un lato proteggono i principi fondamentali (che sono effettivamente immodificabili), dall'altro rischiano di impedire l'aggiornamento necessario a una società che viaggia a velocità digitale, con sfide che nel 1948 erano inimmaginabili (IA, clima, organismi sovranazionali, economia globale).
In sintesi: La resistenza non è quasi mai tecnica, ma psicologica e politica. È il timore che, perdendo la forma originale della Carta, l'Italia perda l'unica bussola che l'ha tenuta insieme dopo la guerra.

Ma la pietrificazione dei meccanismi di governo rischia di contribuire a creare inefficienze e difficoltà incompatibili con le attuali esigenze di dare risposte a contesti socio-politici sempre più difficili.
In uno scenario fortemente dinamico, anche l'immobilismo costituzionale rischia di contribuire a produrre una democrazia sempre meno "governante", che va in affanno a rispondere agli interessi veri della popolazione.
E sarà bene che gli oppositori ad oltranza di qualsiasi efficientamento dei meccanismi di governo, quindi anche della Costituzione, sappiano che l'anticamera delle dittature sono stati i governi deboli che non hanno governato, e non i governi forti che hanno saputo dare risposte adeguate, anche nei tempi, alle esigenze del governo delle comunità.

Lucca, 12 febbraio 2026

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