di FABIANO D’ARRIGO
La legge n. 92 del 30 marzo 2004 ha istituito il “Giorno del Ricordo” da celebrarsi il 10 febbraio di ogni anno, allo scopo di conservare e rinnovare la memoria della tragedia delle foibe, dell’esodo istriano-giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale tra il 1943 ed il 1947.
Sicuramente il “Giorno del Ricordo”, come anche il “Giorno della Memoria”, acquista significato se aiuta l’opinione pubblica, specie quella giovanile, a riflettere sul passato per poter costruire una società più giusta e più libera.
Dopo 22 anni il “Giorno del Ricordo” è sicuramente una ricorrenza capace di accrescere la consapevolezza di molti sulle vicende drammatiche che hanno colpito gli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Ma tale ricorrenza è ancora soggetta a forti dibattiti ideologici, a causa del diverso modo di raccontare la storia del confine italiano orientale.
Segno, questo, che gli infoibamenti e l’esodo istriano-giuliano-dalmata sono argomenti storici ancora incandescenti. Così, ben lungi da una memoria condivisa che inglobi una possibile oggettività dei fatti, le foibe e l’esodo diventano, purtroppo, occasioni per dibattiti pretestuosi, per attacchi polemici e per accuse incrociate tra la destra e la sinistra.
Il contesto storico caratterizzato dal regime fascista italiano prima, dalla seconda guerra mondiale e dal regime comunista titino dopo; nonché le tensioni etnico-politiche tra italiani e slavi fanno da sfondo al massacro delle foibe ed al successivo esodo.
Subito dopo l’armistizio del settembre 1943 avvenne una prima persecuzione: 600 forse 700 persone invise al comunismo titino furono infoibate.
Successivamente, intorno alla primavera del 1945, vennero gettate nelle foibe circa 5.000 persone (10.000 secondo alcuni storici, ma la cifra appare approssimata per eccesso).
Considerevole, pure, è la cifra degli italiani di Istria, di Fiume e della Dalmazia costretti ad un esodo forzato: 250.000-350.000 fra bambini, donne, uomini, a ondate successive, emigrarono dal 1943 al 1956 dalla Jugoslavia verso l’Italia.
I profughi, dapprima osteggiati nella madrepatria, riuscirono infine ad inserirsi nella nuova realtà sociale.
Se i rigurgidi nazionalisti della destra e la storiografia riduzionista, talvolta negazionista, della sinistra radicale hanno strumentalizzato e manipolato a proprio uso e consumo le vittime e gli esuli; un’altra immagine è stata quella offerta dal presidente italiano Sergio Mattarella, dal presidente sloveno Borut Pahor e dal vescovo di Gorizia Carlo Alberto Maria Redaelli quando, il 13 luglio 2020, hanno reso omaggio al memoriale della foiba di Basovizza nonché al monumento dei quattro antifascisti sloveni fucilati nel 1930 dal regime fascista mussoliniano.
Mons. Redaelli ha affermato che “bisogna purificare insieme una memoria e farla diventare in qualche maniera una memoria condivisa”, che un “confronto” ed un “dialogo concreto” possono fermare i deleterei nazionalismi.
I due presidenti hanno, tra l’altro, individuato lo “spazio comune” dell’Unione Europea, dove gli italiani e gli sloveni possono finalmente vivere nella “libertà, democrazia e pace”.
Ancora una volta il “Giorno del Ricordo” ci richiama a una qualche memoria condivisa, al rifiuto dei nazionalismi e dei totalitarismi, alla pace nello “spazio comune” dell’Europa.
Lucca, 7 febbraio 2026