Di Angelo Panebianco
Tra principi liberali e scontri ideologici, il voto di marzo diventa un test politico. Più scontro che confronto
La campagna
elettorale in vista del referendum sulla separazione delle carriere dei
magistrati illustra bene l’abisso che separa la democrazia ideale e la
democrazia reale. In una democrazia ideale alle prese con un referendum si
confrontano pacatamente opinioni diverse che entrano nel merito della legge, ne
discutono i dettagli, valutano le potenziali implicazioni delle norme. In una
democrazia ideale i contendenti condividono un principio e un metodo: il
principio consiste nel riconoscimento comune che nessuno è autorizzato a
credersi il detentore della «verità».
Si confrontano opinioni e ciascuno ha il diritto di esplicitare, a sostegno
della propria, argomenti che egli (legittimamente) ritiene più plausibili di
quelli avanzati dai sostenitori dell’opinione opposta. Il metodo
consiste nel discutere a partire da una base comune: la comune conoscenza dei
contenuti della legge sottoposta a referendum.
Come ognun
vede, ciò che davvero accade, con tutto ciò, c’entra ben poco, anzi nulla.
Insulti sanguinosi, processi alle intenzioni, disinformazione distribuita a
piene mani sui contenuti della legge, gli oppositori trattati non da avversari
che hanno un’opinione diversa dalla propria ma come nemici che è lecito
aggredire verbalmente. Vogliamo dire che un referendum su un tema
rilevante è un’ottima occasione per osservare certi esseri umani nel momento in
cui riescono a tirare fuori il peggio di sé?
Ovviamente, trattando di una questione così divisiva, è giusto che ciascuno
esponga la propria opinione. Quella di chi scrive, illustrata
periodicamente su questo giornale per oltre trent’anni, è che se si arrivasse
davvero a separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, questa sarebbe
la prima, vera, riforma «liberale» della Costituzione varata nel 1948.
Garantirebbe che il giudice sia sempre terzo, senza legami con l’avvocato
dell’accusa e con quello della difesa. Garantirebbe quel gioco di «pesi e
contrappesi» entro l’istituzione giudiziaria che è l’unico modo fin qui
escogitato per tutelare i diritti della persona (soprattutto a fronte di quel
«terribile diritto» che è il diritto penale). Per sovrappiù, la chiara
distinzione fra giudici e pubblici ministeri consentirebbe al pubblico di
aspettare il parere del giudice prima di abbracciare le tesi del pm. Renderebbe
non più solo una grida manzoniana ma un principio vivo nella consapevolezza dei
più la presunzione di non colpevolezza fino all’emissione della sentenza.
Si
considerino le obiezioni più serie. Ossia, lasciamo da parte bugie e
scorrettezze varie (come quella secondo cui i fautori della separazione delle
carriere sarebbero tutti piduisti o giù di lì). Senza dimenticare però che
bugie e sciocchezze — come mostra tanto di ciò che circola sui social su
qualunque argomento — sono in grado di fare presa sui più sprovveduti.
Le obiezioni serie, dunque. Si riducono a due. La prima è che i passaggi da
un ruolo all’altro (da giudice a pm e viceversa) sono ormai ridotti al lumicino.
Talché, la separazione delle carriere sarebbe già di fatto operante. È
un’obiezione solida solo in apparenza. Perché ciò che non è stato ancora
spezzato è il legame corporativo fra gli occupanti dei due ruoli: essi sono
tuttora rappresentati dalle stesse organizzazioni corporative (l’Associazione
nazionale magistrati, le correnti organizzate). Se la legge supererà lo scoglio
del referendum ciò non avrà più senso. È un fatto che se non si spezzano quei
legami, una autentica separazione non ci può essere. Ciò che è necessario è un
disallineamento fra gli interessi corporativi dei giudici e quelli dei pm. Non
c’è vera separazione se il giudice, pensando che potrebbe un giorno ritrovarsi
il pm che ha di fronte dentro il Csm a decidere della sua carriera, non si
sente del tutto libero, se così ritiene, di dargli torto.
La seconda obiezione meritevole di attenzione è che, con la legge prevista, si rischia di lasciare i pm privi di vincoli, un corpo di superpoliziotti in grado di fare e disfare ciò che vogliono. A parte il fatto che, come dimostrano le vicende giudiziarie degli ultimi decenni, i suddetti superpoliziotti sono già tra noi da un bel pezzo, l’obiezione non appare comunque dirimente. Tutto è possibile naturalmente e, come si è detto, nessuno possiede la «verità». Ma è lecito ritenere che i pm sarebbero comunque bilanciati dai giudici, vincolati per il fatto di avere il fiato dei giudici sul collo.
La sua vitale necessità di mantenere la connessione corporativa fra giudici e pm spiega perché l’Associazione nazionale magistrati si batta come un leone per difendere l’unità delle carriere. Così come fanno le correnti organizzate. Quella connessione è sempre stata la base della loro potenza. Il che spiega, come ha denunciato Antonio Di Pietro (Corriere della Sera, 17 gennaio) le tante tesi infondate messe in circolazione. Come quella secondo cui ciò a cui puntano i fautori dei «sì» sarebbe il controllo politico dei pm. La realtà smentisce tale illazione. Nella legge non c’è nulla del genere. Per giunta, nella pratica delle democrazie occidentali la separazione è la regola ma ciò solo raramente si associa al controllo politico dei pm. Il paradosso è che quel controllo c’è invece nell’unica democrazia che condivide con l’Italia l’unità delle carriere (la Francia). L’Associazione nazionale magistrati, comunque, si dimostra ancora una volta molto brava nel chiamare a raccolta i tanti professionisti dell’«allarme democratico», quelli che «aiuto, sta arrivando la tirannia».
Si sa, ci
attende un derby in cui il voto decisivo, plausibilmente, sarà, non già quello
di coloro che la pensano in un modo o nell’altro sulla separazione, ma quello
di quanti sono a favore o contro il governo in carica: un referendum sul
governo, insomma . Da qui l’accusa di «traditori» che esponenti della
sinistra lanciano contro i tanti che, pur di sinistra, si sono pronunciati per
il «sì».
La libertà individuale non è mai stata una vera priorità degli italiani.
Presumibilmente, continuerà a non esserlo quale che sarà il risultato
referendario. Magari, chissà?, le regole e le procedure che servono a tutelare
la libertà dei singoli staranno più a cuore, o così si spera, alle generazioni
successive.
(da www.corriere.it – 22 gennaio 2026)