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L'istinto di sopravvivenza dell'Occidente

 

diAngelo Panebianco

 

Senza la solidarietà degli Stati Uniti, le democrazie europee devono imparare a cooperare aldilà di astratti ideali

 

C’è un problema europeo e c’è un problema italiano. Il venir meno della solidarietà fra Stati Uniti ed Europa, la fine di un mondo occidentale tenuto insieme per ottant’anni dalla leadership americana, la scelta dell’Amministrazione Trump di agire ad esclusivo beneficio degli interessi americani (lo fa anche quando, come in Venezuela, abbatte un’odiosa dittatura) lasciano l’Europa sola con le sue debolezze. E con i suoi ricorrenti demoni. In quasi tutti i Paesi europei sono forti i venti che spingono e gonfiano correnti politiche illiberali, le quali combinano nazionalismo (no all’integrazione europea), indifferenza quando non ostilità per le libertà dei singoli (ai quali viene chiesto di inchinarsi di fronte a un’astrazione: il «popolo»), simpatie aperte per la Russia e per la sua politica neo-imperiale. Gran Bretagna, Francia, Germania, tutte, rischiano di finire, prima o poi, sotto il controllo di forze siffatte. Magari non accadrà ma il rischio c’è ed è serio. 

C’è poi l’Italia. I sondaggi rilevano l’elevatissima percentuale (oltre il trenta per cento) di italiani disponibili ad abbandonare Kiev al suo destino, per nulla turbati, apparentemente, dall’idea che la Russia di Putin si espanda militarmente al fine di ricostituire l’antico impero sovietico e che finisca poi per estendere la sua influenza politica anche sull’Europa occidentale. 

Ciò che i sondaggi ci dicono degli orientamenti di tanti elettori trova un riscontro nelle posizioni di partiti politici collocati sia a destra sia a sinistra, nelle attività di un certo associazionismo, e nelle posizioni di tanti intellettuali (di tutte le taglie, statura e spessore) che, con la loro presenza nel sistema della comunicazione, influenzano il pubblico o, quanto meno, aiutano la parte del pubblico che nutre sentimenti anti-occidentali a non abbandonare i propri pregiudizi. In un certo senso non c’è nulla di nuovo. L’Italia è sempre stata percorsa da robuste, robustissime correnti illiberali. Cambiano le circostanze, cambiano i gruppi che di volta in volta le rappresentano, ma la forza di quelle correnti resta intatta. Sono da sempre ostili a quelli che un tempo (quando ancora l’idea di Occidente aveva un senso) venivano definiti valori occidentali: la democrazia liberale, l’economia di mercato, il pluralismo, l’ideale della rule of law, del governo della legge.

C’è chi si scandalizza perché tanti che manifestano in difesa delle vittime civili a Gaza, mostrano indifferenza per le vittime civili in Ucraina. Ma se si solleva il velo dell’ipocrisia è facile capire perché ciò accada. Per quanto riguarda la Palestina la rivolta morale contro gli orrori della guerra si sposa con l’ostilità di tanti nei confronti dello Stato di Israele considerato un avamposto occidentale in Medio Oriente, e che gode del sostegno degli Stati Uniti. L’Ucraina è un Paese europeo difeso dagli occidentali (oggi, dai soli europei) e, pertanto, non riscuote, in certi ambienti, alcuna simpatia. Ne consegue che le vittime ucraine non hanno, agli occhi degli anti-occidentali nostrani, lo stesso valore che hanno le vittime palestinesi. Non sono pochi, anzi, quelli che tifano apertamente per la guerra di Putin. Proprio perché si tratta di una guerra anti-occidentale (o, più precisamente, anti-europea).

Non è facile comprendere perché una società ricca (l’Italia lo è anche se, qualche volta, certi politici ne parlano come se fosse un Paese povero dell’Africa sub sahariana) e che vive in democrazia dalla fine della Seconda guerra mondiale, debba continuare a coltivare così tanta ostilità per i principii fondanti della civiltà europeo-occidentale. Ci sono, evidentemente, correnti culturali in grado di riprodursi e di perpetuarsi quali che siano le trasformazioni sociali che avvengono nel corso del tempo e quale che siano le regole politiche che governano un Paese.

Quel genio politico che fu Palmiro Togliatti, alla fine della Seconda guerra mondiale riuscì a fare un’operazione di grande respiro e (dal suo punto di vista) di grande lungimiranza. Riuscì a favorire una sorta di «transumanza», lo spostamento di un gran numero di intellettuali che erano stati fascisti dal fascismo al comunismo. L’operazione riuscì perché, nonostante le ovvie differenze fra fascismo e comunismo, c’èra un elemento comune: l’ostilità per la democrazia liberale occidentale, per le «demoplutocrazie». È storia, ma è una storia che ci riguarda ancora. Le correnti illiberali del Novecento hanno mutato sembianze, slogan, miti politici. Ma sono ancora assai robuste. E, come un tempo, sono trasversali, presenti a destra e a sinistra.

La democrazia, probabilmente, riuscirebbe a tenerle a bada come ha sempre fatto se non fosse che adesso essa si trova a misurarsi con un quadro internazionale in movimento. Nonostante le sue tante imperfezioni e le sue magagne, la democrazia italiana ha retto dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi perché ben inserita in un sistema occidentale che la proteggeva non solo dai nemici esterni ma anche da se stessa. 

Quel sistema è oggi in dissoluzione. Al momento può sembrare fantapolitica (data la ferocia degli scontri verbali fra i due schieramenti) ma potrebbe accadere, e forse non in un lontano futuro, che, per fronteggiare sia un ambiente internazionale sempre più minaccioso sia i veleni politici diciamo così, made in Italy, fabbricati in patria, diventi necessario dare vita a governi di salvezza nazionale, a grandi coalizioni, in grado di consentire alla democrazia di reggere agli urti.

In ogni caso, tramontata la pax americana, il futuro italiano dipenderà anche, e forse soprattutto, da ciò che accadrà nel resto dell’Europa. Forse, gli sviluppi politici saranno tali da consentire alle democrazie europee di cooperare sempre più strettamente. Non in nome di astratti ideali europei. Ma in virtù della generale consapevolezza che solo cooperando esse potranno avere un futuro. L’istinto di sopravvivenza, a volte, fa compiere miracoli.

 

 

(da www.corriere.it - 6 gennaio 2026)

 

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