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Una legge elettorale che sia equilibrata

 

di Enzo Cheli

 

Da più parti è ritenuta necessaria purché contenga regole del gioco oggettive e neutrali

 

Avvicinandosi la fine della legislatura il tema della riforma elettorale sta ritornando al centro del dibattito politico. Ma su quale riforma oggi sia possibile e utile orientarsi le idee, nonostante gli studi che i partiti stanno sviluppando in sedi più o meno riservate, restano ancora incerte e confuse. L’unico elemento che si nota è solo questo: tutte le forze in campo pensano a una riforma in grado di soddisfare il proprio interesse di parte (con la vittoria elettorale) e non a una buona riforma che in primo luogo miri all’interesse generale del Paese e cioè ad adottare un sistema in grado di dare una rappresentazione corretta ed efficiente alla volontà degli elettori. Questo atteggiamento peraltro contrasta con uno dei principi di base dell’etica democratica che, ai fini del buon funzionamento della democrazia, impone alla legislazione elettorale di porre regole del gioco oggettive e neutrali in grado di porre per tutti i partiti condizioni di parità.

Dunque, nell’interesse oggettivo del Paese innanzitutto necessità di regole neutrali. Ma per fare cosa?

In linea di principio in tutti gli ordinamenti democratici la legislazione destinata alla elezione dei Parlamenti persegue due finalità di fondo che, in relazione alle condizioni del sistema politico, vanno poste in equilibrio: una rappresentanza parlamentare corretta del corpo sociale e la creazione di una maggioranza in grado di guidare efficacemente il Governo e la pubblica amministrazione. Trovare il giusto punto di equilibrio tra queste due diverse finalità non è agevole, specialmente in un sistema com’è il nostro da sempre molto conflittuale, frammentato e diviso. Per questo in Italia, nell’arco della nostra esperienza repubblicana, abbiamo sperimentato quattro sistemi diversi senza mai raggiungere risultati veramente soddisfacenti. Con un sistema proporzionale pressoché allo stato puro che ha operato per i primi quarantacinque anni dell’era repubblicana e con tre sistemi misti, ma orientati in senso maggioritario (la legge Mattarella nel 1993; la legge Calderoli nel 2005, la legge Rosatelli nel 2017) che si sono succeduti sino ad oggi.

La legge Rosatelli oggi in vigore ha regolato le ultime due competizioni elettorali (nel 2018 e nel 2022), orientando il nostro modello elettorale verso un sistema proporzionale corretto in senso maggioritario per quasi un terzo dei seggi in collegi uninominali. È questo il sistema che oggi le forze di maggioranza per prime intendono modificare nel timore che, attraverso l’allentamento del patto di coalizione su cui il sistema si regge, nel 2027 il risultato possa risultare opposto a quello del 2022. Il fatto è che questo sistema ha consentito sinora la crescita di un governo indubbiamente stabile, ma non altrettanto efficiente per le forti contraddizioni interne che lo condizionano.

Proporre oggi una riforma della legge Rosatelli può essere quindi giusto (e per questo anche le opposizioni si sono adeguate all’idea), ma un conto è perseguire il fine di parte che la maggioranza si propone e un conto diverso è il miglioramento della funzionalità oggettiva del nostro sistema elettorale. Sul punto c’è anche da rilevare che la legge Rosatelli ha sfiorato e forse inciso su due insuperabili linee di confine che la Corte costituzionale ha tracciato in due recenti sentenze in materia elettorale (la n. 1 del 2014 e la n. 3 del 2017): il confine di una corretta e non artificiosa rappresentazione in sede parlamentare della reale consistenza nel Paese delle forze politiche espresse dal corpo elettorale e il confine del libero potere di scelta degli eletti che non va sottratto agli elettori attraverso liste definite e bloccate dai vertici dei partiti politici.

Questo, dunque, è oggi lo stato del campo di gioco su cui questa partita si gioca.

Che fare dunque per garantire attraverso la riforma l’interesse generale del nostro Paese?

Ci sono molti obiettivi da prendere in considerazione. Mi limito a considerarne tre.

Il primo obiettivo che oggi, a mio avviso, si impone è quello di evitare che il nostro sistema politico scada, in conseguenza di un astensionismo che va crescendo, in una democrazia dimezzata anticipatrice di un regime autoritario. Da qui l’esigenza primaria di superare le liste bloccate e di ridare agli elettori un potere diretto di scelta dei propri rappresentanti o attraverso i collegi uninominali o attraverso un recupero delle preferenze. Senza peraltro dimenticare gli altri strumenti tecnici in grado di riavvicinare senza rischi o particolari imposizioni i cittadini alle urne, dal voto per corrispondenza al voto digitale o con il ricorso allo SPID.

Un secondo obiettivo è quello di evitare quegli scostamenti del Paese legale dal Paese reale che la legge Rosatelli ha certamente favorito nelle elezioni del 2022. Per questo lo strumento di un sistema proporzionale è certamente utile oltre che necessario ma a condizione di svincolarlo dalla presenza di un premio di maggioranza tanto più ove questo premio risulti elevato e non sorretto, come la Corte costituzionale richiede da una soglia di accesso adeguata.

Da notare che in nessuna democrazia moderna (salvo la Grecia) si ricorre a uno strumento distorsivo così artificioso qual è il premio di maggioranza per dare stabilità al governo. Nelle forme di governo parlamentare ben altre, infatti, sono le vie da percorrere per perseguire questa finalità.

Infine, un terzo obiettivo dovrebbe essere quello di contrastare la patologia più grave del nostro sistema politico rappresentata dall’eccessiva frammentazione delle forze in campo. Frammentazione da superare non tanto attraverso litigiosi accordi di coalizione segnati dal ricatto delle forze minori quanto attraverso adeguate soglie di accesso (oltre il 3 per cento) nella distribuzione dei seggi.

Resta un ultimo aspetto da considerare che si collega all’anomalia tutta italiana di voler approvare come in questo caso le riforme elettorali alla vigilia delle elezioni, situazione in cui gli interessi di parte, sorrette dai sondaggi, tendono a prevalere sull’interesse generale. Anomalia che si può superare soltanto attraverso un confronto preliminare approfondito tra tutte le forze in campo che possa condurre ad un accordo di buona fede tra maggioranza e opposizioni sui principi fondamentali della riforma.

Il che per il momento è la cosa che fra tutte va più raccomandata.

 

(da www.corriere.it - 3 gennaio 2026)

 

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