di FABIANO D’ARRIGO
Mario Tobino e Guglielmo Petroni hanno raccontato Lucca in molte loro opere: Tobino con passi lirico-narrativi e Petroni con paragrafi raziocinanti.
Tobino (viareggino di nascita ma lucchese d’adozione dal 1942 ha dimorato a Lucca dapprima nelle “due stanzette” a Maggiano e successivamente in “una casetta a Sant’Anna, alla periferia, vicino alle mura”; è stato insignito della cittadinanza onoraria nel 1978) ha dato lustro alla città alla quale rimase legato affettivamente ed esistenzialmente.
Petroni (lucchese di nascita a soli 27 anni è emigrato a Roma; ha sempre portato con sé, nel suo cuore, la sua Lucca) ha manifestato una nostalgia e una riconoscenza per la città nella quale era nato.
Il rapporto fra Tobino e Lucca, descritto dall’autore stesso nei suoi testi, è duplice: un rapporto di rimozione, quasi negativo, prima del 1976 ed un rapporto positivo, quasi amoroso, dopo il 1976.
Ne “Sulla spiaggia e di là dal molo”, ne “Il clandestino”, ne “Le libere donne di Magliano” Tobino dedica sporadiche righe alla bellezza dell’urbs di Lucca: “una bellissima città, una delle più belle città del mondo, armonia, grazia, misura, musica”.
La descrizione appare per lo più oggettiva, pressoché distaccata. Non c’è trasporto passionale. Non c’è emozione sentimentale.
Inoltre una scrittura concitata non apprezza la civitas lucchese “fatta di calcolo, di mercatura, di una laboriosità astuta e prudente […] incredula e diffidentissima di ogni novità, sgarbata e spesso ostile verso la politica”.
L’attaccamento al patrimonio ed alla chiesa, nonché le simpatie democristiane della cittadinanza lucchese non piacciono a un Tobino ancora innamorato della Viareggio che fu, dei bastimenti, dei calafati, della “teppa del Piazzone”: puri simboli di una vita passionale e di una libertà anarchica.
Nel 1976 avviene una metamorfosi che porta Mario Tobino a scrivere pagine e pagine piene di fascino su Lucca. Avviene, per così dire, una riconciliazione con la città di cui il Nostro comincia ad esaltare il fascino, la bellezza ed anche l’umanità.
Da “Gli ultimi giorni di Magliano” (1982) a “Zita dei fiori” (1986), da “Il manicomio di Pechino” (1990) alla postuma “Una vacanza romana” (1992) abbondano i riferimenti (forse troppi? forse un poco ripetitivi?) dedicati a Lucca. Sono costruiti con una prosa più descrittiva, più distesa, più pacata, più lirica.
Alla radice di questa trasfigurazione, a metà degli anni settanta, c’è una crisi esistenziale, morale e professionale del medico scrittore Tobino.
Infatti la Viareggio anarchica di un tempo era stata deturpata dalla moderna mondanità; la politica aveva tradito i nobili ideali della libertà e della giustizia e ceduto al compromesso affarista; la professione medico-psichiatrica veniva messa a dura prova dalla legge 180 (sempre avversata da Tobino).
E così Lucca da una parte e l’amore per la sua donna, la Giovanna (ovvero Paola Levi Olivetti), dall’altra diventano i due nuovi solidi e luminosi punti di riferimento: ad essi il narratore si abbandona per saziare la sua fame d’amore e di bellezza.
Lucca, adesso, viene percepita come “una dea”, come un’ipostasi della Bellezza che conforta l’uomo costretto a vivere in mezzo agli errori ed ai dolori.
Tobino ammira la città e le sue mura che la racchiudono e la proteggono dagli assalti e “una volta […] difesero la città [dal] Serchio che perse la testa, gonfiò, straripò”. Le mura, poi, sono circondate da prati che devono rimanere “intatti, nessuno li tocchi, per alcuna ragione, nessuna scusante di automobili, posteggi, ed altre infamie, nessuno li deturpi”.
E un tale comando continua nel tempo presente ad interpellare i lucchesi.
L’assetto urbano, secondo Tobino, è caratterizzato dalla regolarità, dall’ordine, dall’armonia di cui le chiese, i palazzi, le piccole strade sona la prova.
I lucchesi “di dentro”, a differenza dei lucchesi “di fuori”, possiedono il “il garbo, la civiltà, la lunga prudenza […] la vera parlata , la precisa nenia”. La loro prudenza, il loro “purissimo parlare italiano”, la loro saggezza affascinano Tobino. Anche l’operato dei governanti lucchesi, dopo il 1976, appare al Nostro improntato al bene comune ed alla salvaguardia dell’identità cittadina.
Mario Tobino con Lucca, così come con la Giovanna che lo accompagna nella città e nel contado, instaura un vero dialogo amoroso; riceve “conforto” e “consolazione” dalla città; sperimenta la felicità “quando Lucca [gli] parla”.
Nel racconto “Quando una dea mi prende per mano” in “Zita dei fiori” l’autore scrive: “Lucca mi dette una mano, mi aiutò”. Assieme all’amata Giovanna, in una giornata di pioggia, passeggiavo in una Lucca deserta che mostrava tutta la sua bellezza: via Beccheria, la “maestosa piazza San Michele” con “la chiesa bianca di marmi” e “sulla guglia più alta un angiolo con le ali aperte che potrebbero da un secondo all’altro spiccare il volo”, chiasso Barletti, il Fillungo, “il Cristo di Berlinghieri” sulla facciata di San Frediano, palazzo Guinigi, la cattedrale di San Martino “con una selva di colonnine” sulla facciata.
“Lucca [mi appariva] intatta, fresca, bella, regina”.
Veramente “Lucca mi aveva preso per mano […] Lucca è una dea”.
L’ammirazione per Lucca, nel racconto citato, tocca l’apice ed il culmine: Lucca è trasformata in una divinità al di là del tempo, è trasformata nella Bellezza eterna.
Ma non è da meno l’affetto per i lucchesi come testimoniano i numerosi passaggi nelle opere posteriori al 1976: la prudenza, la saggezza, l’intelligenza, la parsimonia, la riservatezza, la parlata italiana -come già detto- sono le qualità apprezzate dal medico scrittore.
In Mario Tobino, quasi al termine della sua vita, emerge pure un sentimento religioso comunque già latente nella maturità.
La pietas verso la sofferenza umana, di cui i “matti” sono una manifestazione, e la contemplazione del creato naturale presenti nelle prime opere rimandano, di per sé, ad una religiosità naturale. Ma è con “Gli ultimi giorni di Magliano”, con “Zita dei fiori”, con “Una vacanza romana” che una morale positiva ed un sentimento religioso si affinano tanto che fanno capolino gli interrogativi sul destino, il pensiero della morte, il senso della vita.
In una piazza San Michele deserta, silenziosa, alla sera, quando la luce cala, un Tobino pensieroso sta seduto accanto “al fianco della chiesa […] su quel gradino prima occupato da madri e nonne”. E ricorda: “la gioia più bella, il piacere più vivo, è stato per me quando ho partecipato con intensità al lavoro, all’affanno di un altro, e ho potuto dare una mano, un aiuto”.
Così è scritto ne “Gli ultimi giorni di Magliano”.
Ancora piazza San Michele e l’angiolo sulla guglia più alta colpiscono Tobino in cammino dal suo “casamento” a Sant’Anna verso la sua amata chiesa “bianca di marmi”. Entrato nella chiesa semibuia, Tobino contempla il “Gesù inchiodato, giovane, là sull’Altar Maggiore”. Guarda “le palme delle sue mani”. Si fa “il segno della croce”. Ringrazia Gesù che sembra parlargli. L’ascolta, sillaba i suoi pensieri. E’ felice.
Questo viene annotato nel brano “La mia passeggiata” in “Una vacanza romana”.
Ecco descritti momenti di toccante partecipazione e di autentica spiritualità di fronte al “Gesù inchiodato”: molto umano, assai più benevolo del regale Volto Santo, suscita l’ascolto e la lode.
Il “Gesù inchiodato”, inoltre, rigenera la vita; sprona la morale ad armonizzarsi con la politica. Sembrano, così, riaffiorare le tematiche affrontate nel dramma teatrale “La verità viene a galla”, quelle relative alla coscienza umana che può riscattarsi, può risorgere, può ricostruire una nuova politica, può ridare un’anima alle ragioni civili ed ai rapporti con gli altri.
Anche Guglielmo Petroni dedica molti suoi racconti a Lucca.
Afferma che “Lucca è un’isola; il suo mare è quella formidabile ed unica cintura che la stringe come un elemento naturale, la isola prestigiosamente dall’esterno; perfino il resto della città, fuori dalle Mura, non ha più volto, non parla più”.
Questa isola è popolata da una comunità, i lucchesi “di dentro”, aperta al mondo, le cui caratteristiche sono la riservatezza, la cautela esistenziale, la saggezza. Una comunità aristocratica “intellettualmente”.
“A Lucca -scrive ancora Petroni- tutto si incontra soltanto di scorcio, in prospettiva; non esiste strada che porti diretta ad una facciata di una chiesa o di un palazzo”. A San Michele “si accede da vie laterali”. La facciata asimmetrica di San Martino “è come se tu la osservassi in prospettiva”. Nella “città dalle cento chiese” e “dell’arborato cerchio” l’assetto urbano si è sviluppato “senza rompere l’armonia” (ad eccezione dello scempio del palazzo delle Poste costruito nell’epoca fascista).
La visione prospettica e un po’ fredda di Lucca accennata da Petroni rimanda per contrappunto ai toccanti e caldi scorci tobiniani di Lucca.
Degna di nota è pure la concordanza fra i due autori sulle qualità del carattere dei lucchesi.
Comunque a Guglielmo Petroni, benché lucchese di nascita, mancano l’afflato e l’amore che lo scrittore viareggino riversa nelle sue pagine su Lucca.
Petroni, con una prosa articolata e discorsiva, semplicemente ricorda Lucca: allude con un certo rimpianto alle vicende personali; ricostruisce alcuni fatti storici cittadini; rievoca gli incontri al caffè letterario Caselli, poi Di Simo (oggi, ahimè, chiuso), dei poeti, degli scrittori,degli artisti nel corso dei decenni del Novecento.
Infine Petroni ritiene che l’uomo, sebbene “capace di tanto disinteresse da accecare la natura”, possa generare “le forze rigeneratrici che lo inducano a cercare in sé tutti i mezzi per la risalita dal precipizio”. Ecco “i risvegli di coscienza che […] correggono spesso la vita e la storia, rigenerano la speranza proprio quando pareva del tutto perduta”.
Dai due scrittori lucchesi, Mario Tobino e Guglielmo Petroni, viene pienamente valorizzato il primato della coscienza: una felice concordanza da non dimenticare.
Le citazioni tobiniane sono state tratte da: “La Lucca di Mario Tobino”, a cura di Leonardo Odoguardi,Maria Pacini Fazzi editore.
Le citazioni di Petroni sono state tratte da: “Scritti lucchesi, di Guglielmo Petroni , Maria Pacini Fazzi editore.
Per approfondire il rapporto tra Mario Tobino e Lucca si legga anche il volume: “Bellezza e verità”, di Paolo Vanelli, Maria Pacini Fazzi editore.
Lucca, 30 dicembre 2025