Di Mario Monti
La sfida di Trump all'Europa. La «Strategia per la Sicurezza Nazionale» segna un cambio radicale di rotta: vengono favorite le autocrazie
La «Strategia
per la Sicurezza Nazionale» presentata dal presidente Trump deve essere
apprezzata per la sua chiarezza. Si rivelerà utile soprattutto per l’Europa, l’unica
parte del mondo che il documento tratta con disprezzo e intimidazione. Utile
non perché mette il dito su varie debolezze europee in campo economico e
tecnologico. Le conosciamo, si stanno affrontando: purtroppo con
difficoltà, soprattutto a causa dei freni nelle mani degli Stati membri (che
peraltro Trump vorrebbe ancora maggiori, quando chiede che questi ultimi
abbiano più poteri, rispetto al livello Ue).
No, sarà utile perché, dopo un anno di ambiguità, svela finalmente qual è il
disegno di Trump sull’Europa. Sia gli Stati membri che la Ue sono ora «nudi»,
non potranno più eludere scelte chiare e nette, come era possibile finché il
fattore Trump veniva interpretato da ciascuno a suo modo. Tutti dovranno ora
prendere atto di alcuni elementi chiave.
Con Trump
l’America, per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, rinuncia all’obiettivo
di esportare la democrazia, anche favorendo cambiamenti di regime. Ogni Paese potrà fare ciò che vuole a
casa propria. Le autocrazie — anche quelle del Medio Oriente, sottolinea il
documento — non saranno più osservate o giudicate dagli Stati Uniti per quanto
riguarda i diritti umani, lo stato di diritto, eccetera.
Queste attenzioni ci saranno invece, in modo sempre più intenso, per la sola
Europa: sia per la Ue — che, per dirla con Elon Musk, sarebbe da abolire — sia
per i singoli Stati. Su questi, gli Stati Uniti interverranno affinché si
allineino all’ideologia e alla prassi del modello Maga. Dall’esportazione della
democrazia anche con la forza, obiettivo saggiamente abbandonato, si passa alla
promozione delle autocrazie. Là dove esistono possono dormire sonni tranquilli,
essendo congeniali alla nuova America; mentre le democrazie liberali,
soprattutto quelle pericolosamente diffuse in Europa, andrebbero trasformate in
combattive autocrazie, pronte ad assecondare gli Stati Uniti nella loro ostilità
all’integrazione europea e incoraggiate a sopire le loro simpatie per l’Ucraina,
facilitando così lo stabilirsi della «pax-autocratica» russo-americana sul
continente europeo.
Certo, è sempre più chiaro perché Trump non tollera la Ue. Le istituzioni europee sono rimaste forse l’unico luogo al mondo dove il presidente Trump non può negoziare mischiando l’interesse pubblico e quello personale: suo, dei suoi familiari, dei suoi soci immobiliari, degli oligarchi di Big Tech o della finanza, come invece è orgoglioso di riuscire a fare, soprattutto nelle oligarchie. L’Europa si è costruita sullo stato di diritto, sulla distinzione tra interesse privato e pubblico, sulla lotta alla corruzione, sul capitalismo democratico, sull’apertura degli scambi, sul sistema multilaterale. Tutte cose riprese dalle esperienze americane dalla fine dell’Ottocento in poi. Anzi, da prima se pensiamo all’integrazione tra Stati che portò alla nascita degli Stati Uniti.
Nel fare ora
pressione sui singoli Stati europei perché abbandonino quel modello e si
convertano al Maga, gli Stati Uniti di Trump ricordano molto la campagna
condotta nei decenni della Guerra fredda, verso gli stessi Paesi europei, dai
leader sovietici e dal Partito comunista dell’Unione Sovietica. Promozione
ideologica transnazionale, narrativa di crisi e salvezza, appello ai partiti
nazionali come strumenti di influenza, uso di propaganda e disinformazione,
direttive ai partiti comunisti europei per contrastare il Piano Marshall sono
solo alcune delle analogie tra i due fenomeni storici.
Noi italiani abbiamo un bisogno particolare di chiarezza. Si sta profilando
una miscela molto inquietante, per noi che siamo stati liberati dal Fascismo
anche per il grande contributo di sangue degli Americani, che siamo poi stati
tra i maggiori destinatari dell’influenza del comunismo sovietico, il quale non
è prevalso nel nostro Paese anche per l’impegno posto dagli Stati Uniti.
Oggi stiamo entrando in una fase in cui due poteri autocratici e oligarchici,
la Russia e gli Stati Uniti, sviluppano le loro affinità, potenzialmente allo
scopo di ostacolare, se non distruggere l’integrazione europea. Affrontiamo
questa fase con una presidente del Consiglio che finora ha sostenuto di operare
in buona sintonia con Trump per tenere unito l’Occidente, ma che ora deve
prendere atto che lo stesso Trump ha decretato la fine dell’Occidente. Il quale
Trump chiede ora lealtà ai leader a lui vicini sull’obiettivo vero, distruggere
la Ue.
Nel governo,
poi, la lungimiranza del vicepresidente Salvini l’aveva portato già da tempo in
un luogo che sembrava non poter esistere: quello della vicinanza a Trump e
Putin contemporaneamente, condita con l’odio per la Ue. Gli va dato atto che,
pur avendo fallito sull’abolizione della Legge Fornero, ha scalato i vertici
della geopolitica avanzata. La posizione del vicepresidente Tajani è, per definizione,
saggia ed equilibrata, ma magari potrebbe trovarsi a disagio anche lui, data la
radicata tradizione europeista.
È vero che ci siamo abituati a tutto. Ma forse un bel chiarimento su questo
intricato gomitolo di contraddizioni, chiesto dalle opposizioni o meglio ancora
offerto dalla presidente del Consiglio, magari il 17 dicembre in Parlamento,
sarebbe necessario e urgente.
(da www.corriere.it – 7 dicembre 2025)