Di Goffredo Buccini
Il filo invisibile tra il presidente Usa e Putin: il caos che indebolisce l’Occidente
L’incoerenza
in politica estera di Donald Trump «sfida ogni spiegazione», ha notato di
recente il Washington Post. Dal soccorso sovranista all’Argentina
alle intimidazioni alla Nigeria, dalla revoca dei fondi Usaid (essenziali per
il soft power americano) ai minacciati test nucleari, dall’assai annunciato (e
rischioso) attacco al Venezuela fino all’ennesima giostra sui dazi: come nel
primo mandato e anche di più, l’erratico inquilino della Casa Bianca lancia gli
Stati Uniti su un otto volante planetario.
In una dimensione di incertezza pompata da proclami su Truth spesso così
sconnessi dalla realtà «da lasciare sconcertati analisti e leader stranieri».
Eppure, in tanto disordine, s’intuisce un metodo: la necessità di non
danneggiare mai davvero Vladimir Putin, al di là delle apparenti rotture. Dunque,
pur restando fuori dai veleni di fazione, c’è forse un angolo cieco da
illuminare, specie alla luce del martirio dell’Ucraina e dell’incerto futuro di
noi europei. In quell’angolo si cela una storia che trova una sua
evidenza maggiore ventiquattro anni fa, quando all’ufficio di Trump, in cima
alla Trump Tower, sulla Quinta Strada, bussa un intraprendente giovanotto: si
fa chiamare Felix Sater, ma il suo vero nome è Felix Mikhailovich Sheferovsky;
suo padre è stato sottocapo del più potente clan della mafia russa. «Sto
per diventare il più grande immobiliarista di New York City», dice al tycoon.
Trump ride, deliziato dallo sfrontato approccio «trumpiano». Ma soprattutto
dalla proposta che Felix è venuto a recapitargli a nome del gruppo Bayrock: lui
e il suo sodale Tevfik Arif (un ex funzionario sovietico) costruiranno
alberghi, condomini e residence di lusso a Soho, in Florida, in Arizona e
chissà dove altro, pagandogli una ricca percentuale per il solo «onore» di usare
il suo nome come brand: nulla di strano, per un egomaniaco come The Donald.
Considerando inoltre che i casinò e gli alberghi del suo impero veleggiano
verso la bancarotta, l’offerta è di quelle «che non si possono rifiutare».
«Cominciammo subito a lavorare insieme», racconta infatti Sater, un delinquente
dai mille volti che finirà persino per fare l’informatore federale. Ma Sater è
solo un tassello.
Gli incontri ravvicinati fra il futuro presidente americano e un certo milieu dell’ex Unione sovietica sono stati numerosi al giro di boa del Millennio. E certo, oggi, questi frammenti di passato diventano più aguzzi: mentre Pokrovsk tracolla e l’Ucraina piomba in un inverno gelido a causa dei bombardamenti e reso più desolante da una corruzione sistemica che mina finanche l’autorità di Zelensky. Intendiamoci: tra la fine degli anni Novanta e i primi del Duemila i businessmen di Mosca erano del tutto sdoganati, i loro rubli venerati in America come in Europa. Con l’Islam radicale per nemico comune, si vagheggiava persino un ingresso della Federazione russa nella Nato e l’allora presidente Bush junior sosteneva di poter guardare «negli occhi Putin vedendone l’anima». Il dossier American Kompromat, per citare il saggio d’accusa di Craig Unger, non ha mai preso la consistenza di una pronuncia giudiziaria e nemmeno di un’esplicita condanna politica, neppure dopo le investigazioni del procuratore Mueller nella seconda metà degli anni Dieci.
Ma di sicuro, ogni volta che Trump china il capo davanti al dittatore russo, certe pagine appaiono un possibile movente. Lo schema è praticamente fisso: Trump si dice «deluso» dal suo amico Vladimir sul dossier ucraino, che sosteneva in campagna elettorale di poter chiudere con una pace in 24 ore, e minaccia fuoco e fiamme. Putin allora mostra disponibilità al dialogo. Trump si avvicina gongolante al tavolo della trattativa. Putin scantona, con l’evidente intento di non screditarlo troppo ma con la serena certezza di poter continuare a far strage di ucraini senza pagare pegno. Dopo le cicliche umiliazioni di Zelensky, i Tomahawk promessi e revocati, gli aiuti interrotti e soprattutto il grottesco «bilaterale» di Anchorage a Ferragosto, abbiamo visto in questi giorni un’altra capriola. A ottobre, incassata una nuova sberla (il fantomatico vertice di Budapest annunciato da Trump e annegato nel disinteresse di Putin), The Donald ha deciso sanzioni «terrificanti» sulle due principali aziende energetiche russe.
A tutti era chiaro che le misure avrebbero funzionato solo se unite a sanzioni secondarie, volte a colpire, cioè, i Paesi terzi ingaggiati nel commercio coi russi. Nemmeno il tempo per i media occidentali di decretare l’ennesima «svolta» e Trump ha accolto alla Casa Bianca il più fedele servitore di Putin in seno all’Unione europea, il premier ungherese Viktor Orbán, annunciando di averlo esentato dalle sanzioni sull’acquisto di petrolio russo. Un messaggio pesante per tutta la Ue ma soprattutto per gli altri Paesi dell’Est europeo assai dipendenti da Mosca sul piano energetico, in un quadrante dove si mescolano pressioni economiche e infiltrazioni ibride di Mosca: Paesi come la Romania, ad esempio, guidata dal liberale europeista Nicosur Dan ma sempre sotto la minaccia eversiva di una spallata sovranista. L’intero castello è precario, almeno quanto le posizioni del leader statunitense. Sicché l’astuto Lavrov, braccio diplomatico del Cremlino, ha gioco facile nell’alternare toni ultimativi a promesse di incontri con l’omologo Rubio. Lasciandoci prigionieri in una specie di giorno della marmotta, cominciato quando la Duma, alla notizia della vittoria di Trump del 2016, si levò in un’ovazione, come se alla Casa Bianca avessero eletto un russo. Un incantesimo maligno, che Trump soltanto potrebbe rompere con un gesto di coraggio e, sì, di patriottismo. Solo a ricordare quale sia la patria per cui battersi.
(da www.corriere.it – 15 novembre 2025)