Di Mario Monti
Il governo e la scelta su cosa sia oggi l’Occidente: difendere i valori europei o adattarsi alla nuova politica del tycoon
«Io voglio
stare con l’Occidente, rafforzando il ruolo dell’Europa e dell’Italia all’interno
dell’Occidente». Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha concluso il
22 ottobre in Senato la discussione sul suo intervento in vista del Consiglio
europeo del giorno seguente.
Quell’affermazione non ha nulla di originale, avrebbe potuto pronunciarla
qualsiasi premier italiano. Da quando esiste la Repubblica, atlantismo
ed europeismo sono stati i capisaldi del posizionamento dell’Italia. Ma dall’inizio
della seconda presidenza Trump non è più possibile ribadire inerzialmente tale
affermazione. Occorre porsi nuovi quesiti, che non possono essere
elusi.
Che cos’è,
oggi, l’Occidente? Fino a un anno fa, per Occidente intendevamo una vasta
comunità politico-culturale sparsa su diversi continenti ma unita da alcuni
valori che dopo la Seconda guerra mondiale, soprattutto per impulso degli Stati
Uniti e in seguito dei Paesi europei, erano stati condivisi. Tra questi, lo
Stato di diritto, la divisione dei poteri costituzionali (legislativo,
esecutivo, giudiziario), la separazione tra potere politico e potere economico,
le autorità garanti dotate di indipendenza, l’apertura agli scambi internazionali,
il coordinamento multilaterale attraverso organismi internazionali.
Gli Stati Uniti incarnavano, fino a un anno fa, un duplice ruolo. Erano stati
storicamente l’archetipo del Paese a democrazia consolidata e fondata sul
capitalismo democratico ed erano fino a quel momento Paese leader in questo
campo. Inoltre erano, e ancora sono, potenza egemone sul piano della difesa e
sicurezza, garante di una rete di alleanze a cominciare dall’Alleanza
atlantica.
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, si è verificata una vistosa
spaccatura, che non sembra trovare posto nelle categorie logiche usate da
Giorgia Meloni, neppure nell’analisi finora più articolata, esposta l’altro
giorno in Senato. Gli Stati Uniti si trovano tuttora e più che mai,
anche a causa dell’irresponsabile imprevidenza dell’Europa, nel ruolo di
potenza egemone per la difesa, ruolo che l’Europa li prega di non dismettere.
Ma hanno abdicato al ruolo di leadership tra i Paesi a democrazia liberale,
fondata sullo stato di diritto, e di propulsore di una governance multilaterale
della globalizzazione.
Noi europei siamo difesi — e dobbiamo sperare di continuare ad esserlo, almeno per un certo tempo — dalle forze armate di quel Paese, gli Stati Uniti, che eroicamente ha contribuito a liberarci dal nazismo e dal fascismo e a proteggerci dal Comunismo sovietico. A quel Paese dobbiamo gratitudine perenne. Al tempo stesso, il presidente e il governo di quel Paese si mostrano ogni giorno più insofferenti verso i limiti che l’ordinamento pone all’esercizio del potere, acquisito legittimamente alle urne, per evitare che divenga potere assoluto. Chi ci protegge sul piano della sicurezza presenta tratti preoccupanti di affinità — sul piano dei principi e delle azioni — ai leader di regimi autoritari o autocratici. Del presente o del passato. Un passato che in Italia abbiamo sperimentato duramente un secolo fa.
In queste
condizioni, che vuol dire esattamente la priorità dichiarata dalla premier in
Senato, «Io lavoro per l’Occidente, perché penso che l’Occidente sia forte
insieme»? Gli Stati Uniti di Trump rappresentano ancora, secondo lei, la guida
morale e politica dell’Occidente? I Paesi dell’Occidente devono ancora
caratterizzarsi per il rispetto dello Stato di diritto? Devono ancora
impegnarsi per un’agenda di coordinamento internazionale in materia di beni
pubblici globali?
O devono accodarsi alla nuova leadership e coltivare puramente i rapporti di
forza ? Devono accettare la supremazia delle piattaforme digitali, di origine
americana, rinunciando a disciplinarle, lasciando che diventino «nuove
Compagnie delle Indie», come ha detto il presidente Mattarella? E lei, Giorgia
Meloni, in quale direzione si propone di guidare l’Italia?
Oltre a «stare con l’Occidente», lei vuole «rafforzare il ruolo dell’Europa e
dell’Italia all’interno dell’Occidente». Anche qui è impossibile darle torto.
Ma come fare?
Il ruolo dell’Italia lei l’ha sicuramente rafforzato. Con la sua
autorevolezza politica, che era difficile prevedere prima delle elezioni. E con
tre robuste virate rispetto a tre punti chiave dai quali aveva tratto beneficio
all’opposizione: l’abbandono dell’ostilità alla Ue, all’euro e alla disciplina
di bilancio.
E il ruolo dell’Europa? Sulla questione del diritto di veto, la premier è stata
più perentoria che mai: «Non sono favorevole ad allargare il voto a
maggioranza, in luogo dell’unanimità, all’interno delle istituzioni europee». «Su
molti temi le posizioni della maggioranza [degli Stati membri] potrebbero
essere abbastanza distanti dalle nostre e da quelle dei nostri interessi
nazionali, e la mia priorità rimane difendere gli interessi nazionali italiani».
Da un lato,
per non urtare il presidente Trump anche come alleato politico e ideologico, la
presidente Meloni evita di prendere posizione contro la tendenza dell’amministrazione
americana a sottrarre alla Ue quel poco di sovranità che si è data (ad esempio
chiedendo che rinunci alla digital tax o ad applicare le regole europee sui
mercati digitali). Dall’altro, condanna la Ue a confrontarsi per sempre con gli
Stati Uniti e le altre potenze con un braccio legato dietro le spalle, rendendo
quasi impossibile l’adozione di una posizione unitaria.
Proteggere categorie elettoralmente preziose, come i concessionari balneari, o
non avere intralci nel guidare o frenare politicamente le ristrutturazioni
bancarie: sono questi gli «interessi nazionali» che giustificano il
mantenimento della Ue in situazione di paralisi? E quando la presidente Meloni
attribuisce al Green Deal le perdite di competitività (dimenticando che il
nostro Paese è tra quelli più esposti alle catastrofi derivanti dal cambiamento
climatico), dovrebbe anche ricordare che i maggiori freni alla competitività
europea derivano dai veti nazionali a misure come quelle indicate dal Rapporto
Draghi.
Ma si è mai
tenuto, nel governo o in Parlamento, un vero dibattito sulla questione dell’unanimità?
Non risulta. Risulta invece che il ministro degli Esteri Antonio Tajani, anche
come esponente di punta del Partito Popolare Europeo, appoggi la proposta
tedesca, condivisa da diversi Paesi, di superare il diritto di veto in
particolare nella politica estera. Risulta anche che il ministro della Difesa
Guido Crosetto, parlando a Firenze l’11 ottobre delle prospettive della difesa
europea, abbia detto che è velleitario aspettarsi risultati significativi dall’attuale
frammentazione degli sforzi.
In un tale dibattito sarebbe utile anche una prospettiva storica. La rete di
interessi personali e di parte portava spesso i Comuni medievali, ridotti all’impotenza,
a chiamare un «podestà forestiero», un magistrato scelto tra persone non
residenti nella città, al quale venivano affidati pieni poteri. Ecco, speriamo
che l’Ue, con Stati sempre più numerosi e litigiosi, ciascuno tutelato da un
diritto di veto, non richieda tra qualche anno la chiamata di un podestà
forestiero, magari residente a Washington.
La presidente Meloni, per meriti propri e per circostanze storiche, è alla
guida di uno Stato fondatore, di uno dei Paesi più importanti della Ue e del
governo forse più stabile. È diventata autorevole in Europa ed è in buoni
rapporti con il presidente degli Stati Uniti.
Invece di coltivare semplicemente una vicinanza che può far sorgere dubbi sulla
profondità della sua fede nello Stato di diritto, la premier potrebbe usare
questo patrimonio, più di quanto abbia fatto finora, per indurre il presidente
Trump a comprendere e rispettare di più la Ue. A ricordare che fu agendo con la
Germania, l’Italia ed altri europei che il suo predecessore Ronald Reagan e il
primo ministro britannico Margaret Thatcher, entrambi conservatori, posero le
basi del crollo dell’Unione Sovietica.
Potrebbe
anche proporsi di assumere un ruolo di leadership nel disegnare, con altri
grandi Paesi, il futuro della Ue. In alcuni momenti, governi italiani di
diverso colore furono decisivi per fare avanzare il progetto europeo, verso un’Europa
più forte e conforme alla visione europea dell’Italia. In particolare nel 1985,
quando sotto presidenza italiana si adottò il primo impianto del mercato unico,
superando le resistenze del Regno Unito, Nel 1990, quando di nuovo una
presidenza italiana, superando ancora resistenze britanniche, pose le basi
della moneta unica. E nel 2012, quando il governo italiano, alleatosi con la
Francia, ebbe ragione delle resistenze della Germania all’unione bancaria e a
una nuova governance dell’eurozona.
Ormai la voce di Giorgia Meloni è autorevole. Ma è a volte afona, perché
stretta tra contraddizioni oggettive non facili da risolvere, come quelle tra
il presidente Trump e l’Occidente forgiato dai suoi predecessori ; o perché
gioca sulla difensiva, cercando di proteggersi da ciò che in Europa «gli altri»
potrebbero voler fare all’Italia. Prenda maggiore fiducia nel ruolo
propositivo e di impulso che l’Italia ha spesso avuto. Lo giochi all’offensiva,
pensando che l’Europa siamo noi.
(da www.corriere.it – 25 ottobre 2025)