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LA GIORNATA EUROPEA DELLA MEMORIA PER LE VITTIME DEI TOTALITARISMI E LA NARRATIVA CONCENTRAZIONARIA DI VARLAM SALAMOV  

 

DI FABIANO D’ARRIGO

 

 

Con le due Risoluzioni del Parlamento europeo, quella del 2 aprile 2009 sulla coscienza europea ed il totalitarismo e quella del 19 settembre 2019 sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa, si chiede "che il 23 agosto sia proclamata 'Giornata europea di commemorazione' delle vittime di tutti i regimi totalitari e autoritari, da ricordare con dignità e imparzialità" (articolo 15 Risoluzione 2 aprile 2009) e si invitano "tutti gli Stati membri a celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell'UE" (articolo 8 Risoluzione 19 settembre 2019).

Di fatto le celebrazioni più significative avvengono nei Paesi dell'Europa orientale, come i Paesi Baltici, che si sono adoperati per l'approvazione delle Risoluzioni; mentre nell'Europa occidentale ed in Italia la commemorazione passa, per così dire, in sordina: il 23 agosto è una data uguale alle altre, un qualunque giorno d'estate.

Per pura cronaca si segnala che le iniziative intraprese da esponenti politici di Fratelli d’Italia (proposta di legge 154/2008 Tommaso Foti a Camera Deputati su istituzione Giorno del ricordo 23 agosto per vittime Gulag sovietici; risoluzione 4137/2021 Michele Barcaiulo a Consiglio Regionale Emilia Romagna per celebrazione 23 agosto Giornata europea di commemorazione vittime regimi totalitari) non hanno avuto riscontro. Mentre altre iniziative promosse sempre da consiglieri regionali di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega (mozione 518/2021 Francesco Murra-Fausto Piga-Antonio Mario Mundula a Consiglio Regionale Sardegna su ferma condanna di ogni forma di totalitarismo; ordine del giorno 449/2021 Stefano Balleari-Stefano Mai-Claudio Muzio a Consiglio Regionale Liguria su contrarietà ad ogni forma di totalitarismo) sono state approvate dai rispettivi Consigli Regionali a maggioranza di centro-destra.     

Anche ad alcuni Consigli Comunali tra il 2020 ed il 2022 sono stati proposti documenti per accogliere la Risoluzione europea del 19 settembre 2019: quasi sempre hanno votato favorevolmente i gruppi politici di centro-destra e negativamente quelli di sinistra.

Così l’Associazione Partigiani Osoppo-Friuli ha valutato positivamente la commemorazione del 23 agosto raccomandata dal Parlamento europeo. Ma l’ANPI ha espresso preoccupazione per l’equiparazione tra il nazifascismo ed il comunismo.

Da alcuni commentatori le due Risoluzioni sono state osannate per aver condannato senza ambiguità i totalitarismi fascista, nazista e comunista; da altri sono state criticate per le loro semplificazioni storiche e le ambiguità politiche, avendo equiparato l’ideologia ed i simboli del comunismo all’ideologia ed ai simboli del nazismo. La data scelta, il 23 agosto, in ricordo del 23 agosto 1939 quando venne firmato dalla Germania nazista e dall’URSS comunista il patto Molotov-Ribbentrop, da qualche storico è stata contestata per una visione semplicistica della storia: quasi che il patto Molotov-Ribbentrop fosse la causa della seconda guerra mondiale e non una conseguenza delle mire espansionistiche di Hitler.  

Al di là delle valutazioni storiche ed anche di una certa fatica del mainstream a fare i conti con il comunismo, va sottolineato che nelle due Risoluzioni si riconoscono le deportazioni ed i genocidi commessi dal comunismo e dal nazismo nel XX secolo, si proclama “l’unicità dell’Olocausto”, si denunciano gli insabbiamenti dei crimini del regime totalitario sovietico da parte della Russia postcomunista, si sottolinea l’importanza di “mantenere vive le memorie del passato” e si chiede “l’affermazione di una cultura della memoria condivisa”. Ecco i nobili compromessi politici ed i principi valoriali che vengono additati alle opinioni pubbliche ed ai giovani dell’Europa.

Il 23 agosto consente, dunque, di ricordare l’universo concentrazionario nazifascista e soprattutto l’universo concentrazionario sovietico che ha inglobato dal 1923 almeno fino al 1960 circa 18.000.000 di prigionieri, molti dei quali (1.606.748 dal 1930 al 1956 secondo la documentazione sovietica; ma almeno 3.000.000 secondo diversi storici) trovarono la morte nello stesso. Un universo concentrazionario, questo ultimo, sconosciuto ai più, nonostante le testimonianze e gli articoli pubblicati in Occidente dagli anni Venti in poi, che si estendeva dalla Russia europea fino alla Siberia, fino alla Kolyma e costituiva un organico sistema: il sistema del Gulag.

Nei Gulag, veri e propri lager, vivevano ammassati in condizioni disumane i criminali comuni, i dissidenti e gli oppositori politici (quelli condannati in base all’articolo 58 del Codice Penale Sovietico che puniva una quantità smisurata di attività controrivoluzionarie a danno del potere dei soviet), costretti tutti ad un lavoro forzato e schiavistico.

La grande letteratura concentrazionaria russa del secondo Novecento ricostruisce il sistema dei Gulag con le sue dinamiche, con le sue leggi, con i suoi abomini. Le opere saggistico-narrative e quelle memorialistiche di un Aleksandr Solzenicyn o di un Varlam Salamov segnano il momento della massima denuncia del Gulag e rappresentano un simbolo di sfida alla società sovietica per la sua tolleranza e per la sua apatia nei confronti dei campi di lavoro forzato. Al contempo forniscono testimonianze delle sofferenze, del coraggio, della risolutezza e dell’umanità di coloro che vi furono imprigionati.

Varlam Tichonovic Salamov (Vologda, 18 giugno 1907 - Mosca, 17 gennaio 1982), giornalista, scrittore e poeta russo, ha trascorso gran parte del periodo dal 1937 al 1951 nei lager della regione artica della Kolyma.

Dapprima nel 1929 fu catturato e condannato a tre anni di lavori forzati nella città di Visera degli Urali per avere distribuito le “Lettere al Congresso del Partito” o “Testamento di Lenin” in cui si sollevavano critiche all’operato di Stalin; venne definitivamente arrestato il 12 gennaio 1937 in base all’articolo 58 per “attività trotskiste controrivoluzionarie” e condannato a cinque anni di lavori forzati nelle miniere della Kolyma, dove nel 1942 gli venne prolungata la condanna “fino alla fine della guerra” per agitazioni antisovietiche; infine nel 1943 gli venne comminata la condanna a dieci anni per avere sostenuto che lo scrittore Bunin era un classico russo.

Liberato nel 1951 e riabilitato nel 1956, Salamov poté dedicarsi pienamente alla scrittura; frequentò con deferente amicizia Boris Pasternak; ebbe contatti anche burrascosi con Solzenicyn; venne abbandonato dalla moglie e dalla figlia; non guadagnò neppure un rublo dai suoi scritti; morì in solitudine in un pensionato per anziani e per invalidi.

Dal 1954 al 1973 Salamov lavorò alla vasta ed agghiacciante epopea della Kolyma, che si compone dei seguenti libri: “I racconti di Kolyma” (titolo divenuto canonico per l’intero corpus dei 145 racconti), “La riva sinistra”, Il virtuoso della vanga”, “Schizzi dal mondo criminale”, “La resurrezione del larice”, “Il guanto ovvero KR-2”.  

Dopo la circolazione nel samizdat, “I racconti di Kolyma” apparvero integralmente in Russia solamente nel 1992. Nel 1999 Einaudi pubblicò l’edizione italiana; essa fu al centro di polemiche per il rifiuto opposto dall’editore alla prefazione (commissionata a Gustaw Herling e Pietro Sinatti e pubblicata a parte dai curatori) che equiparava i lager nazisti a quelli sovietici e quindi non poteva essere accolta da un’editoria incapace di misurarsi con i fatti accaduti nei regimi comunisti tra il 1917 ed il 1989. Anche Adelphi nel 1995 e poi nel 1999 propose un’edizione parziale de “I racconti della Kolyma”.

I temi concentrazionari sono centrali nella produzione di Salamov. Con dolente tranquillità, che talvolta si apre ad un lirismo narrativo e talaltra include una sommessa ironia o sfocia nella drammaticità, lo scrittore narra “l’inferno” della Kolyma (racconto “Il treno”): un inferno che in realtà era una fabbrica sovietica che garantiva allo Stato oro, carbone, infrastrutture idraulico-viarie grazie alla forza-lavoro fornita gratuitamente dai detenuti-schiavi.

Afferma Salamov: Alla Kolyma c’era “un lavoro da schiavi, che ho avuto modo di vedere, di provare personalmente” (racconto “Il discendente del decabrista”); per questo risultava beffarda l’iscrizione governativa sui portoni dei Gulag e cioè "il lavoro è una questione d’onore, di gloria, di coraggio e di eroismo (racconto “Rancio secco”).

I lavori fisici pesanti della vita quotidiana, le violenze e le botte inflitte dalla scorta, le delazioni, il gelido freddo siberiano fino a –50 sotto zero, la fame assillante, le malattie ed i pidocchi riducevano i detenuti a relitti umani esautorati della “forza di provare sentimenti” (racconto “Latte condensato”); vivevano alla giornata senza progetti; restavano attaccati alla vita per un rabbioso “istinto di conservazione, la qualità di cui l’uomo è in sommo grado dotato” (racconto “Pioggia”).

Quando uno zek, ovvero un deportato, era ridotto allo stremo diventava un dochojaga, ossia uno spacciato giunto in fondo, contro il quale tutti si accanivano… e andava incontro alla morte.

Raramente un malavitoso diventava un dochodjaga; era più probabile che lo diventasse un politico ex articolo 58.

Anche Salamov, benché tenace resistente alla logica perversa del Gulag dove bene e male si uniformavano, toccò il fondo, ma nel 1946 grazie ad un medico detenuto, Andrej Michajlovic Pantjuchov, si salvò e dai lavori fisici pesanti venne dirottato a quelli, più leggeri, di infermieristica nell’Ospedale centrale della Kolyma. Così nei turni di riposo poteva scrivere sui ricettari o sulle carte d’imballaggio.

Salamov lavorava e giocava a domino proprio con Pantjuchov; con lui aveva “ottimi rapporti amichevoli”, perché -scrive il Nostro- “Andrey Michajlovic è la persona a cui devo la vita” (racconto “Il domino”).

Il sentimento dell’amicizia rinasce, a certe condizioni, anche nel Gulag e favorisce una flebile utopia verso un mondo diverso e migliore.

L’utopia si trasforma in allietante visione, tra sogno e realtà, e distoglie dalla sofferenza: “Sentire il fischio della locomotiva, vedere il fumo bianco della locomotiva snodarsi lungo il terrapieno della ferrovia. Aspettavo il fumo bianco, aspettavo una locomotiva viva”. Addirittura anche “i larici bianchi della taiga sembravano brandelli del fumo di una locomotiva” (racconto “Inseguendo il fumo della locomotiva”).

Alcuni racconti tratteggiano una natura grigia, malinconica in perfetta sintonia con “gli uomini in grigi abiti laceri” e pervasa da una sorta di “armonia diabolica” (racconto “Pioggia”). Altri, invece, colgono scaglie di paesaggi naturali meravigliosi o la possanza del mugo, “un albero speciale […] di poche pretese […] coraggioso e caparbio”. Nell’autunno inoltrato il mugo “si curva […] e sprofonda nel letargo invernale […] e alla fine dell’inverno […] d’improvviso si alza”. Il mugo è “l’albero russo più poetico”. E “la sua legna dona agli uomini più calore” (racconto “Il mugo”).

Il mugo quanto assomiglia al deportato Varlam Tichonovic.

Aleksandr Solzenicyn riconobbe che Salamov, con la sua opera, ha fatto conoscere il fondo dell’abbrutimento e della disperazione dell’esistenza quotidiana nei lager sovietici, avendone avuto un’esperienza amara e prolungata.

Il giudizio di Primo Levi, invece, appare ingeneroso. Il testimone di Auschwitz, assertore dell’unicità del “male assoluto” della Shoa, provò commozione e simpatia per Salamov e non colse il “male” del Gulag declassato ad errore del sistema comunista staliniano. Perciò, almeno in Italia, attorno agli scritti di Salamov dagli anni Settanta fino alla fine degli anni Ottanta si stese una cortina di silenzio.

Fra il 2009 ed il 2010 Roberto Saviano si adoperò per far conoscere “I racconti di Kolyma” al grande pubblico, affermando che Salamov gli aveva cambiato la vita e che l’inferno della Kolyma (ovvero le atrocità del comunismo sovietico) doveva essere conosciuto come l’inferno di Auschwitz.

Altri testi di Salamov, scritti tra gli anni Cinquanta-Settanta e fortemente memorialistico-autobiografici, sono stati raccolti nel libro “Tra le bestie la più feroce è l’uomo” pubblicato in Italia da Adelphi nel 2024.

Nei 16 racconti l’autore russo parla della sua infanzia a Vologda; dei primi amori per la prosa e la poesia. Restituisce l’atmosfera della Mosca degli anni Venti con gli effervescenti ambienti letterari dove brillavano Majakovskij e Bulgakov; ammira la rivoluzione, la rivoluzione d’ottobre, che allora pareva mettesse in moto la storia e diventasse una rivoluzione mondiale. Rivela il disincanto degli anni Trenta quando Mosca divenne una città tremenda e tutto precipitò. Ai racconti centrali è affidata la narrazione della deportazione alla Kolyma dove più volte il Nostro precipitò nel fondo e più volte riaffiorò in superficie grazie alla sua forza morale di essere umano. La chiusura riporta la riabilitazione ufficiale e l’amicizia con Pasternak.

Salamov nel racconto “La Kolyma” annota: “Ho molti dubbi, troppi. E una domanda che chiunque scriva memorie, qualunque scrittore grande o piccolo, conosce: servirà a qualcuno questo mio mesto racconto? Il racconto di uno spirito che non trionfa, ma che piuttosto viene calpestato. […] A chi servirà da esempio? Educherà qualcuno a non cedere al male e a fare il bene? Sarà o non sarà un’affermazione del bene, del bene sempre e comunque, dato che è nel valore etico dell’arte che vedo l’unico suo vero criterio?...”. Comunque è importante “fissare briciole di verità, per quanto squallide siano” possibilmente con una lingua non arricchita per non vanificare “il succedersi delle sensazioni”.

Ecco un autentico manifesto poetico e un prezioso testamento morale offerti ai lettori dal testimone della Kolyma.

APPENDICE. Il Parlamento europeo martedì 8 luglio 2025, richiamando la Risoluzione del 19 settembre 2019,  ha approvato un’ulteriore Risoluzione per preservare la memoria delle vittime del dopoguerra comunista in Slovenia. La Risoluzione, ancora una volta, è stata valutata in modi discordanti e la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari sembra essere, purtroppo, una celebrazione divisiva.     

                

Lucca, 1 agosto 2025

 

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