diAngelo Panebianco
Trump e non solo: fra una guerra commerciale suicida e la resa incondizionata ci sono (forse) possibilità intermedie. Le scadenze incombono
Il percorso è stretto. Come si fa a salvaguardare le libertà di cui gli europei godono dalla fine della Seconda guerra mondiale in una fase, certo destinata a durare a lungo, di crescente disordine? L’Europa — lo sanno anche coloro che fingono di non saperlo — è sotto assedio. Ha la guerra in casa (Ucraina) e può trovarsi a fronteggiare le spinte destabilizzanti generate dalle situazioni di conflitto, dal Medio Oriente all’Africa. E deve fare i conti con la dissoluzione di quell’ordine internazionale che aveva al suo vertice gli Stati Uniti e che ha protetto l’Europa come una calda coperta per decenni.
Sopravviveremo a Trump? E, al di là di Trump, sopravviveranno le libertà europee al tramonto, quanto meno nella forma fino a poco tempo fa conosciuta, dei rapporti atlantici? Ci sono in Europa sufficienti forze in grado di difendere quelle libertà? C’è in Europa (dentro e fuori l’Unione europea) una possibile coalizione di forze che, di fatto, sia in grado di operare per proteggerle? Non importa quali ne siano le etichette (destra, sinistra, centro) o la loro storia pregressa. Né importa che una tale coalizione si organizzi formalmente come tale. Importa che, sulle questioni che contano e che mettono in gioco sicurezza e benessere (e quindi le libertà europee che dalla sicurezza e dal benessere dipendono) quelle forze siano in grado di convergere, di fare squadra.
Si possono fare al momento due test. Il primo riguarda l’Ucraina. Qui il discrimine è chiaro e netto: il sostegno all’Ucraina contro l’invasione divide gli europei fra quelli che ritengono che la difesa dell’Ucraina coincida con la difesa dell’Europa e delle sue libertà, e agiscono di conseguenza, e un variopinto assortimento di forze illiberali, di destra e di sinistra, per il quale Europa è sinonimo di oppressione e ciò che chiamiamo libertà europee è solo una foglia di fico.
Magari non andrà in questo modo in Italia, Paese, diciamo così, flessibile, di antica vocazione trasformista, ma in altri Paesi europei è plausibile che le conseguenze della guerra in Ucraina, comunque vada a finire, peseranno a lungo, contribuendo anche, in certi casi, a rimescolare identità e appartenenze politiche.
Il secondo test riguarda, nella fase contingente, il rapporto con Donald Trump e, in prospettiva più ampia, la configurazione che assumeranno le relazioni atlantiche. Qui il terreno è molto più scivoloso. Di una guerra, per lo più, si sa chi l’ha vinta. Sapremo prima o poi — a seconda di quale sarà l’esito del conflitto in Ucraina — in quale condizione si troverà l’Europa. Ma nel caso della trasformazione in atto dei rapporti atlantici bisognerà attendere che si sia posata la polvere (e ci vorranno anni) per valutarne le conseguenze. È ovvio che nella trattativa con Trump l’Europa è nella posizione contrattuale più debole. Ma ci sono Rodomonti spesso ispirati da un antico riflesso anti-americano che esortano a rispondere colpo su colpo. Se non che, una guerra commerciale senza quartiere danneggerebbe l’America ma gli europei di più. Fra una guerra commerciale suicida e la resa incondizionata ci sono (forse) possibilità intermedie. Le scadenze incombono. Tra non molto conosceremo l’entità dei danni (danni ce ne saranno comunque), capiremo se la trattativa fra l’Unione e Trump sui dazi sarà riuscita per lo meno a contenerli. Solo il tempo ci dirà se gli europei saranno capaci di trovare vie nuove (nuovi mercati, nuove regole che premino innovazione e concorrenza) per cavarsela in questa fase storica.
Ma il futuro dei rapporti atlantici va al di là di Trump. Si illudono quelli che pensano che, dopo di lui, le relazioni fra Stati Uniti e Europa saranno di nuovo quelle di un tempo. Quel tempo non tornerà più. Plausibilmente, ciò non significherà la fine del rapporto euro-atlantico. Tuttavia, Trump o non Trump, anche se gli Usa non romperanno con l’Europa non le assicureranno più né protezione militare incondizionata né condizioni economiche di favore.
Come è normale in una fase di transizione, la confusione regna. Ma cosa bisognerebbe fare per proteggere le libertà europee è abbastanza chiaro. Fra Europa e Stati Uniti sarà possibile in futuro solo un rapporto fra adulti. Niente più mamma America. Pertanto, gli europei dovranno assicurarsi che restino in minoranza i tanti Peter Pan da noi in circolazione, quelli che non vogliono crescere. «Crescere» significa prendere atto del fatto che si è aperta una nuova pagina di storia.
Lasciando agli economisti di trattare gli aspetti economici del problema, facciamo qualche osservazione sulla questione della sicurezza (indispensabile supporto, insieme al benessere, delle libertà). Le difficoltà che incombono sono tante, ma qui ne isolo due. Non può esserci difesa comune se non c’è comune consapevolezza di chi sia il nemico. Per Polonia, Finlandia, Svezia, Germania, Baltici, è chiaro che il potenziale nemico è la Russia. Ciò non è altrettanto chiaro per le opinioni pubbliche di Paesi come Spagna o Italia. Serve un accordo volto a difenderci sia dalla Russia sia dai tanti pericoli che possono insorgere nel Mediterraneo. Per avere una difesa comune, cioè, occorre mettere in comune le diverse possibili sfide alla sicurezza e i diversi nemici potenziali. Il secondo tema riguarda la Nato. Della quale gli europei non potranno comunque fare a meno. Costruire la gamba europea della Nato richiederà, oltre che investimenti e impegno politico, anche un forte coordinamento fra Nato e Unione europea.
Salvezza individuale (nazionale) non c’è. O gli europei le difenderanno insieme o, prima o poi, potrebbero non esserci più libertà da difendere.
(da www.corriere.it – 25 luglio 2025)