Di Mario Monti
L’Italia, la premier Meloni e un ruolo-chiave dell'Italia in vista del G7 a guida canadese
A quattro
mesi dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti conservano
certo la supremazia tecnologica e militare, ma sono sorti dubbi sulla capacità
del presidente di padroneggiare gli eventi, di conseguire gli obiettivi
dichiarati, di indurre alleati e avversari ad uniformarsi alla sua volontà.
Negli inevitabili confronti internazionali, temo che leader come Xi Jinping o
Vladimir Putin stiano guadagnando prestigio e influenza.
Ai dubbi sorti circa l’attitudine a governare si sommano certezze, negative,
su diversi atti di governo fin qui compiuti. Non mi riferisco a certe azioni
che, nella sostanza o nella forma, sono inaccettabili per la coscienza di
molti, come la deportazione in catene, pubblicamente esibita, di immigrati
clandestini; ma che, diranno alcuni, era stata richiesta da tanti elettori.
No, penso piuttosto a una serie di comportamenti e decisioni del presidente
che, presumibilmente non richieste dagli elettori Maga, rischiano di rendere l’America
non certo great, ma più debole e meno credibile nel mondo. La separatezza tra
potere economico e potere politico, la disciplina dei conflitti di interesse,
la tutela della concorrenza, la lotta intransigente contro l’evasione fiscale e
la corruzione, l’autonomia delle autorità indipendenti: da sempre capisaldi
dello Stato di diritto, questi paletti vengono divelti a piacere se ostacolano
interessi personali del Presidente o dei suoi prossimi oppure se vengono visti
come inciampi all’immediata messa in opera di misure che egli, forte del mandato
elettorale, deve poter attuare prescindendo dai vincoli dell’ordinamento.
La
premier Meloni ha investito molto del proprio capitale politico su Donald
Trump. La speranza di essere un fattore risolutivo come «ponte» tra il
presidente americano e un’Unione Europea da lui disprezzata ha molto
condizionato il posizionamento dell’Italia rispetto all’America di Trump. Il nostro governo ha dovuto
assistere silenzioso a qualunque cosa Trump facesse o dicesse. Si è data un’impressione
di subalternità che non credo abbia giovato al Paese e che ha messo spesso noi
cittadini italiani nella condizione di non sapere che opinione avesse il nostro
governo su alcune questioni fondamentali per la politica, per l’economia, per
la civiltà.
Se poi il silenzio fosse stato preso, da una parte dell’opinione pubblica
italiana, come implicita condivisione di metodi di governo autocratici, poco
sensibili allo stato di diritto, insofferenti delle garanzie costituzionali,
allora ciò potrebbe avere nuociuto al partito della Premier Meloni. Qualcuno
potrebbe pensare: hanno detto tante volte di avere tagliato ogni legame con un
passato autoritario, ma se la fiamma dell’autoritarismo un giorno si ripresenta
altrove, il suo fascino non è spento.
Se oggi il buon rapporto con Trump è un asset un po’ meno prezioso, forse il
governo italiano si sentirà più libero, potrà prendere qualche iniziativa utile
nella sostanza all’Italia e all’Europa.
Ho accennato qualche volta, in particolare in Senato il 24 aprile, all’opportunità
che dall’Europa, e magari proprio dall’Italia, venisse proposta un’iniziativa
comune, rivolta alle democrazie liberali (o, se si preferisce, alle democrazie
che rispettano lo Stato di diritto), ovunque si trovino.
Un Paese
confinante con gli Stati Uniti e pericolosamente concupito dal presidente
Trump, il Canada, non si è lasciato intimidire. Nel momento in cui il
presidente degli Stati Uniti mina alla base la cooperazione internazionale e il
libero scambio, lo stesso sovrano, Re Carlo III del Regno Unito e del
Commonwealth, pronunciando a Ottawa il 27 maggio il discorso di apertura del
Parlamento canadese, ha annunciato «Il Canada è pronto a costruire una
coalizione di Paesi che condividano i suoi valori, che credano nella
cooperazione internazionale e nel libero e aperto scambio di beni, servizi e
idee». È possibile che il Canada lanci questa idea assumendo in giugno la
presidenza del G7.
Tra i Paesi della Ue, l’Italia sarebbe particolarmente qualificata a
promuovere l’iniziativa: è uno dei sei Paesi fondatori dell’esperimento di
integrazione più avanzato nel mondo; e Roma è stata la culla del diritto,
dunque dello Stato di diritto. Questa coalizione dovrebbe essere
collegata alla Ue ma non necessariamente comprendere tutti i suoi Stati membri
(per esempio Viktor Orbán ha detto più d’una volta, con orgoglio, che la sua
Ungheria è una democrazia illiberale), mentre vi apparterrebbero anche Paesi
non europei, come appunto il Canada. Con la speranza che un futuro presidente
americano — o, chissà, magari lo stesso Trump — voglia ricondurre in questo
alveo anche il suo Paese, che è stato a lungo un modello per molti di noi.
Il riferimento a Re Carlo III induce ad un’ultima riflessione. La condizione di un Paese come Stato di diritto è di grande rilievo per tutti i cittadini e, tra le istituzioni, non riguarda solo il governo e il Parlamento. Riguarda anche, ovviamente, la Corte Costituzionale che veglia sul rispetto della Costituzione. E, al vertice delle istituzioni, riguarda il capo dello Stato, garante della Costituzione e perciò, tra l’altro, dell’appartenenza del Paese all’Unione europea. Un’iniziativa come quella qui prospettata, come quella pronunciata da Re Carlo III per il Canada, potrebbe certo giovarsi della riflessione ed eventualmente dell’incoraggiamento dei capi di Stato dei Paesi che ritenessero di promuoverla o di farne parte.
(da www.corriere.it – 31 maggio 2025)