di Dino Cofrancesco *
La grande divisione che attraversa la cultura politica in Italia passa tra quanti, come i liberali classici, intendono la democrazia come filosofìa delle «regole del gioco» (la cd. democrazia formale) e quanti, come i democratici, progressisti la intendono come igiene sociale e riforma intellettuale e morale.
La differenza tra le due filosofie è assoluta. Per i primi, quel che conta è sapere cosa vuole, desidera, teme la gente, l'elettore medio, l'uomo qualunque; per i secondi, importa che vincano i «migliori» ovvero quanti sono in grado di bonificare le paludi sociali dalle superstizioni, dalle tradizioni, dalle gerarchie spirituali e temporali, dalle ineguaglianze, dalle presunte servitù naturali che vi hanno depositato i secoli. Per gli uni, una sinistra al governo non ha niente di scandaloso - anche se promuove riforme audaci; per gli altri, una destra al governo non ha alcuna legittimazione storica ed etica, rappresentando un passo indietro sulla via delle «magnifiche sorti e progressive».
Un cortese interlocutore, che si ritiene dotato di esprit de finesse, mi scrive che il riferimento alle «regole del gioco» non significa nulla: è solo «chiacchiera», e, aggiunge ironicamente, di non capire chi siano i «migliori».
La seconda domanda va rivolta alla sinistra, che per «migliori» intende quanti portano avanti la lotta per la civiltà e l'elevamento dei popoli.
Quanto alle «regole del gioco», con quest'espressione intendo, sic et simpliciter la consapevolezza che, in politica come in morale, non c'è verità, nel senso che i valori stanno tutti sullo stesso piano e che auspicare più libertà e meno uguaglianza, più mercato e meno stato, più autorità e meno permissivismo, «nun è peccat»! .L'essenziale è che ogni riforma (o controriforma), ogni progetto di legge, ogni disposizione dell'esecutivo non violi i principi che sono alla base della Costituzione e che le leggi ordinarie, approvate da una maggioranza di governo, possano venire abrogate o sostituite in seguito a una successiva tornata elettorale che premi l'opposizione. Forse rendersi conto della propria fallibilità - nessuno di noi ha in tasca la ricetta per rendere felici i popoli - potrebbe avere come conseguenza il rispetto reciproco.
(da Il Giornale del Piemonte e della Liguria - 20 maggio 2025)
* - Dino Cofrancesco, Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova.