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Kiev e i messaggi: in difesa dei principi liberali

 

Di Angelo Panebianco

 

 

Cosmopoliti/cittadini del mondo e nazionalisti convergono nel disorientare l’opinione pubblica. I sondaggi rispecchiano il disorientamento

 

 

Ha ragione Ernesto Galli della Loggia (Corriere del 24 aprile) tocca a una classe politica che si rispetti convincere una opinione pubblica che oggi, a maggioranza, la pensa all’opposto, che sostenere la resistenza ucraina è necessario per difendere la libertà di tutti (non solo degli ucraini). Allo stesso modo spetta alla classe politica convincere quella maggioranza, oggi distratta o inconsapevole, che occorre operare per dare all’Italia e all’Europa i mezzi per difendersi dalle minacce altrui. 

È però vero il fatto che ci sono ostacoli potenti: è difficile fare arrivare all’opinione pubblica un messaggio chiaro e credibile su questi argomenti. Gli ostacoli sono di vario genere. Ci sono le divisioni entro le coalizioni, sia quella di governo che quella di opposizione. Talché gli opposti messaggi sulla guerra ucraina o sulla sicurezza dell’Europa si sovrappongono e si neutralizzano a vicenda. C’è poi il fatto — forse il più rilevante di tutti — che le classi politiche non hanno più il pieno controllo sulla comunicazione politica. Un tempo la comunicazione politica era monopolizzata dai partiti. Oggi non è più così.

Nei mezzi di comunicazione, vecchi e nuovi, è oggi presente una folla di influencer i cui messaggi sono spesso in concorrenza con quelli dei politici e, altrettanto spesso(data la scarsa considerazione di cui godono i politici in Italia) appaiono più credibili. Messaggi amplificati da un sistema di comunicazione in cui, frequentemente, non è propriamente la qualità del messaggio quella che si coltiva allo scopo di fare audience. Ne deriva un guazzabuglio di opinioni contrastanti che non servono per dare ai fruitori della comunicazione maggiore consapevolezza delle reali poste in gioco. Bisogna soprattutto ricordare che i messaggi semplificati ed estremisti (di qualunque segno) — è una regola della comunicazione — attraggono l’attenzione del pubblico più dei messaggi pacati e volti a mostrare la complessità dei problemi in gioco.

Quando si tratta di questioni che hanno a che fare con la pace, la guerra, la sicurezza, l’estremismo si presenta in due versioni, una di sinistra e una di destra. A sinistra, assume le vesti di un cosmopolitismo farlocco, a destra di un nazionalismo altrettanto farlocco. C’è il cosmopolitismo di quelli che si atteggiano a «cittadini del mondo» e c’è il nazionalismo di quelli che pretendono che la sicurezza del Paese si possa ottenere liberando l’Italia dalla rete di interdipendenze in cui è immersa (modello Trump), rifiutando di collaborare con gli Stati (europei) a noi più affini. Cosmopoliti/cittadini del mondo e nazionalisti convergono nel disorientare l’opinione pubblica. I sondaggi rispecchiano il disorientamento.

Ma la comunicazione non avviene nel vuoto. È condizionata dalle tradizioni nazionali, da una lunga storia. C’è una parte rilevante del Paese che non ha mai concepito l’Italia come una «comunità di destino» al di là e al di sopra delle divisioni politiche. Il che rende assai difficile ottenere una generale convergenza intorno a un, riconosciuto dai più come tale, superiore interesse nazionale. Il fatto che in Italia sia così difficile che maggioranza e opposizione cooperino sulla politica estera non è una circostanza da imputare alla bassa qualità della classe politica. È soprattutto un effetto di antiche e profonde divisioni. La storia non è acqua: all’epoca della Guerra fredda, per un lunghissimo periodo, maggioranza e opposizione — e le parti del Paese che si riconoscevano, rispettivamente, nell’una e nell’altra — avevano referenti internazionali opposti e, per essi, visioni incompatibili dell’interesse nazionale italiano. Chi crede che la storia passata non pesi sul presente prende un abbaglio. Parte integrante della tradizione, inoltre, è il fatto che le idee e i principi liberali sono sempre stati in netta minoranza. Fu un vero colpo di fortuna per l’Italia che, nel momento della ricostruzione, spiriti liberali come Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi fossero alla guida del Paese.

Per misurare la distanza di tanti italiani dai principi liberali è sufficiente constatare quanti di loro simpatizzino per Putin. Nonostante la natura autoritaria del suo regime. E le sue guerre di aggressione. C’è un aspetto che sarebbe divertente se non fosse tragico che dimostra la fragilità dei principii liberali in Italia. Spesso sono gli stessi che sollevano strumentalmente l’argomento secondo cui separare le carriere dei magistrati sarebbe un attacco alla divisione dei poteri (argomento infondato: la separazione è la regola nelle democrazie liberali, l’unità delle carriere è l’eccezione) a non mostrare ostilità verso un regime come quello russo che la divisione dei poteri neanche sa dove stia di casa. Ma non c’è contraddizione. C’è invece una evidente, sia pure poco ammirevole, coerenza ideologica.

Inoltre, molti, troppi, fra coloro che mandano messaggi al pubblico concentrano la loro attenzione esclusivamente sulle élites politiche e, in questo modo, non permettono di capire l’essenziale. L’Europa funziona male? Dicono costoro: è solo colpa dei politici. Come se le persone comuni fossero pacchi o pupazzi, come se le opinioni pubbliche non contassero nulla. Invece, fra il pubblico e le élites c’è un rapporto complesso, di reciproca influenza. Poiché le persone non sono cose che dove le metti stanno, e ciascuno dispone (a meno che in questo o quel caso specifico non sia provato il contrario) di capacità di raziocinio, è possibile aiutare il pubblico a mettere a fuoco quale sia, nelle circostanze date, il suo interesse. Forse è una speranza fondata, tenuto conto delle crescenti minacce alla sicurezza dell’Europa. O forse è solo un’illusione. Ma è ciò che serve. Serve che prima o poi tanti (l’unanimità è ovviamente impossibile) capiscano di dovere remare insieme e nella stessa direzione.

 

(da www.corriere.it – 29 aprile 2025)

 

 

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