Di Mario Monti
L'incontro della premier Giorgia Meloni con il presidente Usa Donald Trump, le occasioni, i temi e i possibili rischi
La visita della premier Meloni al presidente Trump sarà valutata in base al consenso che verrà registrato sul tema controverso dei dazi. Ma la posta in gioco è a mio parere ben più importante perché riguarda la posizione geopolitica e la scelta di civiltà dell’Italia e forse il futuro della presidenza Trump. I due protagonisti hanno un rapporto di particolare vicinanza. Questo, nutrito verosimilmente da affinità nelle visioni politiche e da sintonia tra le personalità, è emerso all’epoca dell’elezione e dell’entrata in carica di Trump.
Da allora
però sia la visione politica che la personalità del presidente hanno fatto
irruzione sulla scena mondiale in modi imprevedibili.
Una gragnola di colpi si è abbattuta all’interno degli Stati Uniti su
singoli cittadini, imprese, istituzioni pubbliche e private, università, studi
legali, come se l’elezione conferisse al presidente il diritto di perpetrare
vendette, intimidazioni, abusi di potere. Una delle prime e più
avanzate democrazie del mondo sembra regredita a monarchia assoluta,
pre-costituzionale. Simile concezione del diritto come fastidioso orpello, ha
guidato le prime mosse verso il resto del mondo, dal Canada alla Groenlandia.
Così come, in tema di dazi, la linea dichiarata è «vediamo chi è il più forte».
La caduta di credibilità di Donald Trump e, purtroppo, del suo grande Paese — al quale soprattutto noi europei dobbiamo moltissimo — è percepita ogni giorno di più in tutto il mondo. I più increduli sono proprio i Paesi culturalmente e politicamente più vicini: il Canada, il Regno Unito, l’Australia, la Nuova Zelanda, uniti finora agli Stati Uniti nel sistema di intelligence più avanzato dell’Occidente («Five Eyes»), ora entrato in crisi perché Washington non è più considerata affidabile.
Mentre Trump estroflette i suoi poteri, che ritiene imperiali, gli Stati Uniti stanno in realtà abdicando dalla leadership che da ottant’anni si erano costruiti, con spirito cooperativo, tra le democrazie liberali (mentre ora hanno mostrato di preferire autocrazie come la Russia di Putin), tra le economie moderne di mercato e nella rete di organismi internazionali rivolti, con successi e insuccessi, a mantenere la pace, a promuovere lo sviluppo, la stabilità finanziaria, la sanità pubblica, la lotta al cambiamento climatico. Quest’ultimo obiettivo viene ora gettato alle ortiche esplicitamente; per gli altri, si cominciano a gettare gli strumenti che ne hanno consentito la parziale realizzazione.
Donald Trump e Giorgia Meloni sono amici. Non so se la nostra premier lo consideri ancora un privilegio. Comunque, questa condizione dà a lei, forse unica tra i leader occidentali, la possibilità di aprire gli occhi a Trump. Non discutano tanto di dazi, materia sulla quale Meloni, a differenza di Trump, non ha poteri perché questi come è noto appartengono alla Commissione europea. Renda invece un servizio all’amico Donald, facendo al tempo stesso un favore a Ursula von der Leyen ed elevando così la sua credibilità di statista autorevole. Spieghi bene a Trump, lei che ai suoi occhi è attendibile, che sta rischiando di isolare gli Stati Uniti e di regalare il mondo agli autocrati, con un danno irrimediabile alla sua immagine nella storia.
Gli spieghi anche, purchè lei per prima ne sia convinta, che l’Unione europea non è affatto sorta per «fottere» gli Stati Uniti. Sono stati loro a promuovere l’integrazione europea dopo la seconda guerra mondiale con i fondi del Piano Marshall e con l’istituzione dell’Ocse (allora Oece) affinché la ricostruzione delle loro economie avvenisse secondo i criteri che avevano portato l’America al successo economico, contribuendo così alla forza dell’Occidente nel suo insieme. E fu un suo predecessore repubblicano, Ronald Reagan, che negli anni Ottanta, con l’aiuto di Paesi come Germania e Italia, creò le condizioni che avrebbero portato alla disgregazione dell’Unione Sovietica.
Oggi come allora, sono certo che Meloni direbbe a Trump, l’Italia fa la scelta di civiltà di stare con l’Europa. E vorrebbe che oggi non si creasse uno iato di civiltà tra l’Europa e l’America. Se lo iato dovesse disgraziatamente crearsi, l’Italia non esiterà a stare con l’Europa e a impegnarsi per farla funzionare meglio. Non si isolerà dalla UE per essere vassalla della tua America, Donald, solo perché qualche partito in Italia spera di ottenere maggiore consenso dicendo che a Bruxelles c’è la «dittatura».
Certo, la nostra premier dovrebbe riconoscere all’amico Donald che ha perfettamente ragione su un punto: l’Europa non paga abbastanza per la propria difesa. Anche l’Italia è pronta a farlo. Ma, gli faccia notare, è difficile farlo se il Paese guida della Nato, gli Stati Uniti, nel frattempo è diventato alleato o complice della Russia di Putin, quando fu proprio per difendersi dall’Unione Sovietica che la Nato fu creata.
Se la Meloni
sarà pedagogica e piuttosto esigente, forse lo stesso Trump tra qualche tempo
la ringrazierà di averlo fatto riflettere. Se invece la premier dovesse
concentrare gli sforzi su risultati immediati che non può ottenere (salvo
qualche frase vaga in un comunicato); se per ingraziarsi Trump dovesse
assumere una postura subordinata e non prendere in nessun modo le distanze da
questo suo primo periodo di governo, rischierebbe grosso.
Infatti agli occhi di molti, nel mondo e in Italia, il presidente Trump ha
cominciato a dare vita ad un regime autoritario, travolgendo gli argini
rappresentati dallo stato di diritto. Un regime nel quale l’imperativo dell’efficienza
giustifica non solo la sbrigatività ma anche, secondo i teorici della «tecnodestra»,
il tendere verso l’abolizione della democrazia.
Meloni si è abituata a sentirsi interrogare sulla sua opinione sul fascismo. Certi tratti dell’autoritarismo di Trump si avvicinano molto ad alcune caratteristiche che l’Italia per fortuna non ha visto dopo di allora. Non dare segno, nelle parole e nei fatti, di prendere le distanze da questi aspetti di Trump potrebbe metterla in difficoltà sul presente, dopo che è riuscita a neutralizzare tanti attacchi sul passato. Quel che avviene in America oggi, se non prendiamo le distanze, può essere nei prossimi tempi più pericoloso, anche in Italia, di quel che è avvenuto in Italia tra il 1922 e il 1943.
Certo, su Trump così come sull’Unione europea sono evidenti le posizioni inconciliabili nel merito di Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini. È vero che questo non ha impedito al governo di barcamenarsi in occasione delle votazioni in Parlamento. Ma nei mesi e negli anni che ci attendono, che potranno esigere decisioni impegnative e gravi per il futuro dell’Europa e dell’Italia, in tema di difesa, di politica estera comune con o senza diritto di veto, ecc., sia gli italiani che gli altri europei avranno bisogno di sapere qual è la vera posizione, sulla quale l’Italia si impegna senza ambiguità
(da www.corriere.it – 12 aprile 2025)