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Difenderci significa essere uniti

 

Di Angelo Panebianco

 

Le mutate condizioni internazionali impongono che maggioranza e opposizione facciano fronte comune

 

Il premier britannico, il laburista Starmer, è impegnato nella difesa dell’Ucraina e nella cooperazione con i Paesi dell’Unione europea a difesa dell’Europa. I conservatori britannici, all’opposizione di Starmer su tutto il resto, ne appoggiano l’azione internazionale. I socialdemocratici tedeschi, sconfitti nelle urne, fanno ora parte di una coalizione con la vincitrice Cdu e ne assecondano il piano di riarmo della Germania. In Italia, all’epoca del governo Draghi, Giorgia Meloni, all’opposizione su tutto il resto, diede il proprio sostegno alla scelta italiana in difesa dell’Ucraina e alla politica atlantista. Ne ricavò la legittimazione, la rispettabilità, e la reputazione di leader affidabile che furono , per lei, carte elettorali vincenti. Perché il principale partito di opposizione della sinistra, il Partito democratico, non può fare altrettanto? Perché, per non appoggiare le scelte del governo, Elly Schlein si è persino contrapposta all’orientamento maggioritario del gruppo parlamentare socialista europeo di cui il suo partito fa parte? Perché in Italia, in questa fase storica, è solo un inutile esercizio di fantapolitica immaginare una convergenza opposizione- governo sulla politica estera? Certamente, come ha scritto Mario Monti (Corriere del 23 marzo), le divisioni sia entro la maggioranza che entro l’opposizione su sicurezza e difesa dell’Europa, generano disorientamento nell’opinione pubblica, le impediscono di convergere su una visione comune della posta in gioco.

Però, è anche vero che il movimento è nei due sensi: le élites politiche, con i loro comportamenti, possono molto (ma meno di quanto potevano un tempo) per orientare o per disorientare l’opinione pubblica ma, a loro volta, gli umori dell’opinione pubblica, spesso frutto di antiche tradizioni, di sedimentate e diffuse mentalità, vincolano le élites politiche, ne restringono i margini di manovra.
Non è solo responsabilità delle élites politiche e delle loro divisioni se il Paese, come mostrano i sondaggi, è entrato del tutto impreparato in un mondo nuovo, assai diverso da quello che abbiamo conosciuto per ottant’anni. Certo, quella impreparazione, è anche colpa delle élites politiche ma non bisogna sottovalutare il fatto che oggi la comunicazione politica non è più, come accadeva un tempo, monopolizzata dai partiti. Adesso è dominata da una vasta massa di influencer molti dei quali (si pensi a ciò che circola sui social) senza dirette e esplicite affiliazioni partitiche. Influencer sui messaggi dei quali i leader partitici tradizionali esercitano un controllo debole o nullo. Orientarsi in questo mondo, così frammentato, della comunicazione è difficile ma in molti casi sembra che tanti di coloro che, con le loro parole, mediano il rapporto fra politica e opinione pubblica siano impegnati soprattutto a lisciare il pelo del gatto, a inviare messaggi che non contrastano e anzi rafforzano tradizioni e mentalità diffuse e radicate. Lavorano per lasciare il Paese nell’impreparazione di fronte al mondo nuovo in cui siamo entrati. Ad esempio, ci sono in giro tanti «comunicatori» (sia intellettuali tradizionali sia influencer del nuovo tipo) impegnati a spiegare agli italiani che non ci sono novità, a negare che i cambiamenti in atto — il venir meno della protezione americana dell’Europa, la minaccia dell’imperialismo russo — siano di portata tale da obbligare l’Europa a cercare nuove strade per ricostituire per se stessa condizioni di sicurezza. Sono legioni quelli che vanno spiegando agli italiani che volere ricreare quelle condizioni sia solo il perverso desiderio di guerrafondai, di irresponsabili fomentatori di guerre. È una moltitudine quella che sostiene che armarsi per difendersi sia, e sia sempre stato, solo un modo per scatenare le guerre. Che è come dire che Winston Churchill era un folle o un criminale.

I sondaggi registrano puntualmente questo stato di fatto. Accanto a una forte minoranza che ha capito quale sia la portata delle novità e si appresta ad accettare di vivere nelle nuove condizioni, c’è una maggioranza che, col conforto dei messaggi dei suddetti intellettuali/influencer, pensa che non ci sia alcun bisogno di rinunciare alle vecchie abitudini, la principale delle quali consisteva nella diffusa convinzione che la sicurezza fosse un pasto gratis. Comprensibile: se per decenni ti hanno raccontato il falso, ossia che la tua sicurezza dipendeva non dalla protezione delle armi americane, ma dagli alti ideali di pace che guidano la raffinata civiltà di cui fai parte, come si fa a capire subito che non era così, che la sicurezza è fondamentale per vivere in pace e in democrazia e che se viene meno, devi ricostituirne a tutti i costi le condizioni? È difficile, soprattutto se in tanti ti dicono il contrario.
Si capisce dunque perché i leghisti si siano ritagliati la parte della fronda, perché i 5 Stelle cavalchino la protesta contro i guerrafondai e perché il Partito democratico, impegnato soprattutto a competere con i 5 Stelle pescando nello stesso bacino elettorale, non possa, in questa fase, comportarsi da opposizione costruttiva, magari offrendo, nei momenti cruciali, una sponda a Giorgia Meloni che le serva per tenere a bada la Lega su politica estera e sicurezza.
Però, prima o poi, la realtà, con le sue durezze, finisce per imporsi. È plausibile ipotizzare che se le condizioni internazionali diventeranno sempre più impegnative, arriverà il momento in cui la difesa del Paese imporrà convergenze che oggi sembrano inconcepibili.

 

(da www.corriere.it – 23 marzo 2025)

 

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