Di Ernesto Galli della Loggia
Siamo arrivati a un cambio epocale. E lo scontro di ieri tra Trump e Zelensky lo dimostra
Quanto è successo alla Casa Bianca tra Trump e Zelensky ha solo pochi precedenti. Sono precedenti scolpiti nella memoria di coloro che ancora ricordano qualcosa dei grandi drammi vissuti dalla democrazia europea. Nello Studio Ovale è andata in scena una sorta di replica delle chiamate a rapporto da parte di Adolf Hitler nella sua villa tra le alpi bavaresi una volta di un cancelliere austriaco (si chiamava Kurt von Schuschnigg), un’altra volta del capo di Stato ungherese Horthy, per essere entrambi sottoposti a una furia di insulti e di minacce e sentirsi intimare di cedere alla volontà del Führer quanto rimaneva della libertà dei loro Paesi.
Trent’anni dopo sarebbe toccata più o meno la stessa sorte al leader cecoslovacco Alexander Dubcek convocato da Breznev a Mosca nell’estate del 1968 con l’invito a fare poche storie e accettare senza fiatare l’occupazione del suo Paese da parte dell’Armata Rossa. Quando si arriva al dunque sono sempre tentati di agire così, evidentemente, i despoti, neri o rossi che siano; e oggi dobbiamo dire con la morte nel cuore anche quelli a stelle e strisce. Del resto non si può dire che il Presidente americano non ci avesse preparato a quanto è successo ieri.
Da tre
mesi tutte le sue parole sono state parole di minacce, di prepotenza, di
disprezzo. Perfettamente in linea del resto con quello che è apparso subito il
suo programma: all’interno una democrazia senza liberalismo e dunque senza élite,
all’estero un impero americano senza l’Occidente e dunque senza soft power.
Questa è la sfida mortale che Donald Trump ha lanciato non a noi europei
solamente, ma alla storia del suo stesso Paese: ignaro certamente che le
vendette che questa sa prendersi possono essere terribili. Cerco di spiegare
quanto ho appena detto.
Tra il suffragio universale da un lato e i diritti inviolabili di libertà
individuale dall’altro c’è stato un felice incontro storico, ma non c’è alcun
nesso necessario. Infatti, mentre il primo, il suffragio universale, garantisce
l’affermazione della volontà della maggioranza indistinta, dei desiderata della
massa; i secondi, i diritti di libertà, tutelano, invece, purché ciò non
nuoccia a qualcun altro, la sfera di libertà del singolo, la libertà di ogni
individuo di vivere al modo che preferisce, di credere ciò che vuole, di
pensare anche le idee più sgradevoli e malviste, di stamparle e diffonderle
come vuole, perfino di insegnarle.
Dunque il
suffragio universale incarna per sua natura il principio popolare, mentre i
diritti individuali hanno invece un’origine, e conservano un carattere, in un
certo senso aristocratico. Garantiscono la sfera di libertà del singolo o dei
pochi contro i più, ma garantiscono anche che nelle società governate dalla
volontà delle maggioranze esistano le élite e le istituzioni che le
alimentano. Le istituzioni dove le élite stesse perlopiù operano (in
generale tutte quelle che hanno a che fare con il sapere e la cultura in senso
lato, dalla burocrazia alla stampa, alle università): nelle quali ciò che conta
essenzialmente è il merito.
Fino ad oggi questa parte dell’Europa e gli Stati Uniti sono stati governati da
un regime liberal-democratico, un regime, per l’appunto, che contemperava in
vari modi diritti ed elezioni, élite e volontà popolare.
L’arrivo di
Trump sulla scena segna una drammatica frattura storica tra questi due ambiti.
D’ora innanzi nella sua democrazia senza élite — anzi loro nemica — deve
contare sempre e comunque solo chi ha vinto le elezioni, solo la volontà
popolare da lui rappresentata e basta. E cioè, in pratica, unicamente Lui,
solamente il Grande Demagogo, l’idolo della maggioranza. E insieme a lui solo i
suoi prescelti, chiunque essi siano, indipendentemente da ogni competenza o
comprovata capacità: e quindi dal geniaccio lunatico ai più impavidi
improvvisatori di ogni risma. Bando alle élite e alle competenze, appunto.
Ma chi di noi, mi chiedo, si affiderebbe, ovvero affiderebbe qualunque cosa
gli stesse veramente a cuore a una tale compagnia? Oggi è questo l’interrogativo
che ci arriva da Oltreatlantico; un interrogativo a cui la risposta che viene
spontaneamente da dare è ahimè una sola.
Ma ciò che alla fine più colpisce è il carattere suicida che il nuovo
Presidente sta imprimendo alla politica estera del suo Paese. Oggi vi sono tre
grandi centri di potenza geopolitica sulla scena del mondo — Stati Uniti,
Russia, Cina — ma esiste, sia pure molto a mala pena, un solo impero mondiale,
quello americano. E l’impero americano è tale, però, solamente perché di esso
fa parte l’Europa, tutta l’Europa che vuole essere libera. Solo chi domina l’Europa,
infatti, può aspirare a dominare il mondo.
Incorporando
nel suo impero il nostro continente, gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza
che ancora oggi può pensare di dominare indisturbata entrambe le sponde di uno
dei tre grandi oceani della Terra, a differenza della Russia e della Cina la
quale ad appena un centinaio di chilometri delle sue coste ha già la spina nel
fianco di Taiwan. Sempre grazie all’Europa gli Stati Uniti, poi, dominano di
fatto insieme all’Atlantico anche il Mediterraneo, sicché essi sono così in
grado di tenere sotto controllo oltre uno snodo fondamentale del commercio e
delle comunicazioni mondiali, oltre l’Africa, anche l’epicentro (attuale e con
ogni probabilità anche futuro) dello scontro epocale tra l’Islam e il mondo
storicamente cristiano.
Non basta. In forza del legame storico con l’Europa l’America può
infine contare in ogni evenienza su un patrimonio gigantesco e multiforme di
iniziative, di risorse umane e tecniche, di capacità intellettuali, che ancora
oggi hanno sede in questa parte del mondo. Senza le quali, ad esempio, essa non
sarebbe mai riuscita a disporre di quell’arma che le permise di annichilire il
Giappone nell’agosto del 1945.
Ma l’impero americano o è democratico o non è. Non può essere che Democratico
significa non solo tenuto insieme dal vincolo di istituzioni egualmente
democratiche, di scambi commerciali senza ostacoli e di movimenti umani liberi.
Significa anche un insieme di popoli, di donne e di uomini, legati da comuni
narrazioni, fantasie, musiche, emozioni, raffigurazioni simboliche, e dunque
valori che abitano le loro giornate, i loro sogni, le loro vite. Vuol dire cioè
quell’insieme di cose cui gli Stati Uniti hanno dato a partire dagli inizi del
Novecento una contributo decisivo modellando, si può dire per sempre, l’immaginario
occidentale e dando forma al vero cuore del loro potere sul mondo moderno,
quello che si chiama appunto il soft power, il potere soffuso, invisibile. Che
alla fine non è altro che il magico potere della libertà. Che fino ad oggi ha
spinto tanti di noi, in tante occasioni, a unirsi in silenzio all’antica
invocazione God bless America: «Iddio benedica l’America!». Ma l’America che
abbiamo conosciuto, non quella che annunciano le truci parole del suo nuovo
capo.
(da www.corriere.it – 1 marzo 2025)