di Fabiano D'Arrigo
Lungo lo scorrere del tempo storico accadono eventi, per lo più drammatici e talvolta lieti, che purtroppo sono destinati ad un parziale o totale oblio e comunque vengono considerati poco rilevanti.
Perché?
Per una ragione di Stato, per le accese contrapposizioni politiche, per l'indifferenza dell'opinione pubblica, per valutazioni personali errate, per un condizionamento mediatico.
Ebbene la tragedia delle foibe e l'esodo giuliano dalmata appartengono a questa serie di eventi.
Grazie alla legge n. 92 del 30 marzo 2004 (governo Berlusconi II) è stato istituito il Giorno del Ricordo " per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale".
Il Giorno del Ricordo è successivo - è quasi una compensazione - al Giorno della Memoria istituito con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 (governo Amato II) "al fine di ricordare la Shoah [...] le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte" nei campi nazisti e coloro che "si sono opposti al progetto di sterminio" nazifascista.
Quantitativamente la Shoah ed il progetto di sterminio nazifascista rappresentano un male assoluto non equiparabile alla tragedia delle foibe ed all'esodo giuliano dalmata. Ma non valorialmente: si equivalgono. Infatti all'origine c'è il rifiuto del principio della universale dignità umana ed una diabolica pretesa di supremazia.
Gli infoibati, secondo Raoul Pupo e Roberto Spazzali, sono compresi tra i 3.000 ed i 5.000; altre fonti fanno salire questo numero fino a 11.000.
Gli esuli giuliano dalmati ammontano ad un numero compreso tra le 250.000 e le 300.000 persone: italiani, in parte sloveni e croati costretti ad emigrare tra il 1944 ed il 1956 perché invisi al regime comunista titino.
Un regime, quello di Josip Broz Tito, che perseguiva un progetto imperiale di annessione alla Jugoslavia della Venezia Giulia, con le città di Trieste e di Gorizia, fino al fiume Isonzo. Pertanto attuava una pulizia politica od ideologica, ma secondo alcuni esponenti della destra politica italiana una pulizia etnica, degli italiani e di tutti coloro (compresi i comunisti e gli antifascisti locali) che si opponevano a ciò.
Certamente la italianizzazione forzata della popolazione slovena (come anche di quella tirolese in Alto Adige) fra le due guerre mondiali e la repressione degli sloveni e dei croati nel corso del secondo conflitto mondiale attuate dal regime fascista italiano appartengono alle cause remote delle complesse vicende del confine orientale.
Ma occorre chiederci se tali misfatti giustificassero l'azione degli infoibamenti, la spinta all'esodo e più in generale il progetto espansionista titino.
Occorre domandarci se in quelle drammatiche vicende, come in altre simili anche attuali vedi la prolungata guerra arabo-israeliano-palestinese o la guerra russo-ucraina, si perseguiva la vendetta oppure la giustizia.
Allora per equilibri ed assetti politici internazionali, sanciti con il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947 ed il Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954, meglio tacere. Meglio rimuovere dalla coscienza dell'opinione pubblica la tragedia del confine orientale. Meglio strumentalizzare le vicende storiche per questioni politico-partitiche, alimentando una sterile contrapposizione ideologica tra una sinistra (soprattutto comunisti) incline a considerare gli infoibati fascisti o criminali di guerra ed una destra arroccata nella condanna dei titini colpevoli di una epurazione etnica a danno degli italiani.
I primi profughi giuliano dalmati, con poche masserizie, arrivarono in Italia nel 1943; poi i viaggi si intensificarono dal 1944 al 1956; le ultime partenze avvennero nella prima metà degli anni Sessanta.
In diverse città italiane, tra cui Lucca, vennero allestiti oltre 100 campi di raccolta dove le condizioni di vita erano assai precarie.
Gli esuli, a volte osteggiati ed altre volte aiutati, molto lentamente riuscirono ad integrarsi socialmente.
Così l'ultimo campo profughi chiuse nel 1963.
A Lucca il primo contingente di circa 1.000 profughi polesi giunse una fredda sera del 9 febbraio 1947. Essi furono alloggiati in due campi allestiti nel centro storico: in uno stabile adiacente la Manifattura Tabacchi e nei locali dell'ex Real Collegio. I campi vennero smantellati definitivamente nel febbraio 1956.
Nel libro "Esuli a Lucca. I profughi istriani, fiumani e dalmati 1947-1956" Armando Sestani, figlio e nipote di profughi giuliani, descrive le vicende della sua famiglia approdata infine a Lucca e ci fornisce uno spaccato di vita degli esuli nella città toscana. Nonostante le difficoltà oggettive e le tensioni politiche locali, l'inserimento avvenne.
Il giorno del Ricordo, come quello della Memoria, dovrebbe farci riflettere sulla dimenticanza dei fatti storici; sull'uso distorto della storia per finalità politiche; sull'inclusione sociale.
Argomenti che una società democratica non può trascurare, né minimizzare.
Lucca, 9 febbraio 2025