Di Fabiano D’Arrigo
Nel tempo della postmodernità si esalta la laicità della cultura artistico-letteraria e per lo più si guarda all'immanenza come all’unico orizzonte del sapere scientifico-filosofico. La scienza teologica è ritenuta una roba di altri tempi e l'apertura alla trascendenza è considerata una questione privata e nulla più.
Interrogarsi sul senso della vita, sul mistero del dolore e della morte, sugli enigmi della storia, oggi, non appassiona più di tanto. Le classiche domande a sfondo esistenziale: chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? non interessano l'umanità del XXI secolo.
Svariate inchieste attestano che il cristianesimo non orienta più la vita delle persone nel mondo occidentale e non soddisfa il bisogno di spiritualità che comunque permane e che - come ha scritto nell’ottobre 2022 Massimo Gramellini su “Il Corriere della Sera” - viene appagato, semmai, dalle ritualità mistiche orientaleggianti alle quali un numero sempre crescente di donne e di uomini aderisce.
A ben guardare, a mio avviso, le cose non stanno proprio così. L’ispirazione religiosa è tuttora presente nella narrativa e nella poesia della nostra epoca. Autori credenti ed autori laici dal Novecento agli anni Duemila si confrontano con il mistero della vita e della morte; ritengono che il cristianesimo e la cultura cristiana, che hanno dato un imprinting all’Occidente, siano ancora una risorsa che apre alla spiritualità trascendente, che sprona all’impegno civile e che orienta l’azione politica.
La nostalgia del sacro e la spiritualità pervadono, in modi diversificati, le opere di un Giovanni Testori, di un Mario Luzi, di un’Alda Merini, di un Davide Maria Turoldo. Nei loro testi l’umano e il divino si intrecciano e si fecondano a vicenda. Così la fede cristiana, come già in passato, di fatto alimenta un umanesimo, culturale e politico, che pone al centro la dignità dell’essere umano.
Anche un Vittorino Andreoli, un Piero Bigongiari, un Giorgio Saviane, un Corrado Augias si interrogano, laicamente, sulla figura di Gesù di Nazareth o quella di Paolo di Tarso, sul Deus absconditus, sul rapporto tra la religione naturale e le religioni confessionali senza disdegnare la discussione delle questioni religiose più scottanti e, per così dire, tuttora irrisolte.
Purtroppo tutta questa letteratura sembra interessare poco a quella piccola o grande folla che ancora frequenta le assemblee liturgiche domenicali e rimpiange, almeno pare, la cristianità perduta che comunque è già stata “giudicata” dal Concilio Vaticano II.
Comunque sia mi hanno colpito, e mi hanno ulteriormente convinto che la religione non è morta, gli incipit di due opere, diversissime tra loro, scritte da uno storico narratore e da un giornalista scrittore.
Paolo Buchignani nel gennaio 2024 ha pubblicato il romanzo storico “La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato” ed Aldo Cazzullo nel settembre 2024 ha dato alle stampe “Il Dio dei nostri padri. Il grande romanzo della Bibbia”.
Entrambi gli incipit si assomigliano: rievocano vicende personali degli autori e al tempo stesso paradigmatiche per l’umanità.
In piena emergenza sanitaria per la diffusione del Coronavirus (primavera 2020) Lapo, il narratore protagonista de “La spilla d’oro” ovvero l’alter ego dell’autore, ricorda la morte del padre Orlando avvenuta “la mattina di Natale del 2001”. E più che a una “beffa atroce” del destino, Lapo cristianamente pensa alla “nascita dell’anima immortale al regno della luce” e all’improvviso un desiderio lo agita: “guardare dentro la sua vita per scoprirne il senso”.
Lapo prima di trovare la risposta alla sua domanda deve intraprendere un viaggio a ritroso nel tempo: le vicende familiari e quelle storico-sociali del Novecento riemergono e si illuminano a vicenda.
Alla fine Lapo avrà una risposta: la preghiera, la giustizia, la solidarietà, soprattutto la tenerezza dell’amore - “illusioni” antiche e sempre nuove che hanno affascinato la buona gente di campagna ed ancora affascinano le giovani coppie - sono i valori aggiunti per l’esistenza che, quindi, non è più sospesa sul nulla.
Dunque Buchignani attraverso la finzione letteraria della narrazione ci parla della morte del padre, di suo padre, grazie alla quale si attiva e scopre un senso della vita.
Cazzullo, invece, ci racconta direttamente, senza filtri letterari, la morte di suo padre.
Il 24 ottobre 2023 Cazzullo viene invitato dal fratello a correre al capezzale del padre morente. Assieme al fratello veglierà il padre fino al decesso alla vigilia di Natale dello stesso anno. In quei due mesi Cazzullo ricomincia a leggere la Bibbia: “un capolavoro letterario, una grande storia, un formidabile romanzo” al di là della “sua importanza spirituale, della sua valenza religiosa”.
Lo scrittore confessa che suo padre credeva nell’aldilà, perché apparteneva a quelle “ultime generazioni convinte di vivere sotto l’occhio di Dio. E di dover rispondere a Dio delle proprie azioni”. E poi “al tempo della Rete […] chiedersi da dove veniamo e dove andiamo non usa più”.
Grazie alla morte di suo padre anche Cazzullo sviluppa una propria riflessione legata alla lettura della Bibbia: “una compagna ideale” che ci pone di fronte al mistero della vita e della morte. E, inoltre, le sue pagine sono “le fondamenta della nostra fede” e “l’origine della nostra cultura”.
Un autentico percorso di introspezione è quello di Cazzullo che con il filtro della fede e sulla base delle proprie esperienze familiari rielabora il senso della vita e della perdita in un contesto più ampio di ricerca spirituale. E al termine farà capolino “la speranza della resurrezione e della vita eterna”.
La profezia di Ezechiele “farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete” verrà accolta. E “la fede [che] ci promette che alla fine torneremo all’Uno, restando noi stessi” farà vincere la paura della morte: tappa della vita protesa all’immortalità.
Un romanzo storico quello di Buchignani ed un saggio narrativo quello di Cazzullo che esorcizzano la morte: essa, “entrata nel mondo per l’invidia del diavolo”, diventa l’evento che scuote dal torpore esistenziale e per questo non va ignorata. Che annunciano una verità e proclamano una speranza: il desiderio di felicità e di immortalità non sono illusori.
E tutto ciò, direttamente od indirettamente, non implica, forse, l’apertura verso un orizzonte di trascendenza? Ed ancora l’accoglienza della solidarietà e della fraternità come valori umani universali e condivisi?
Ecco la religione, direi il cristianesimo, allontanata dalla società occidentale a causa delle pesanti imposizioni farisaiche, ritorna purificata e diventa occasione di ricerca e di confronto, ma anche scommessa di speranza e di amore.
Ben vengano, perciò, opere come quelle di Cazzullo e di Buchignani, che con un linguaggio divulgativo contribuiscono a soddisfare la sete di spiritualità che, nonostante la secolarizzazione e nonostante il nichilismo predominanti, permane latente od esplicita. Fabiano D’Arrigo
Lucca, 8 dicembre 2024-12-08