Di Angelo Panebianco
Tribunale dell’Aia. È un derivato delle idee (occidentali) che hanno portato alla nascita dell’Onu. La perdita di realismo nel giudicare che cosa sia davvero la società internazionale riguarda soprattutto la vecchia Europa
Considerazioni a margine del mandato di arresto nei confronti del premier israeliano Netanyahu da parte della Corte Penale Internazionale dell’Aia. Alla oggi contestatissima società occidentale si devono molte eccellenti idee, e altrettante istituzioni, rivelatesi utili per limitare i danni che gli umani sono in grado di infliggersi a vicenda: principio di cittadinanza, rule of law (governo della legge), divisione dei poteri. Idee e istituzioni che, forgiate nei secoli, sono confluite in ciò che oggi chiamiamo democrazia liberale o democrazia dei moderni.
Alla società occidentale si deve anche l’invenzione (di origine cristiana) di quel giusnaturalismo che è all’origine della attuale, cosiddetta, dottrina dei diritti umani. Le agenzie internazionali varie che oggi si occupano di diritti umani nemmeno esisterebbero senza quell’impronta occidentale. Ma la società occidentale non ha generato solo idee di successo, ha anche inseguito talvolta mete illusorie, ha pensato, nel corso dei secoli, che fosse alla propria portata darsi obiettivi impossibili da raggiungere.
Nel generoso sforzo di concepire soluzioni per il flagello più spaventoso di tutti, la guerra, pensatori occidentali hanno immaginato una società internazionale, in cui la «legge» potesse sostituirsi alla forza, diventando il principale scudo a difesa delle comunità umane di fronte all’aggressività altrui.
Ne è derivata, nel Novecento, sotto la spinta delle guerre mondiali, la trasformazione del diritto internazionale. La Società delle Nazioni e il suo successore, l’Onu, entrambe creature di presidenti americani (rispettivamente Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt) non sono state pensate solo come luoghi istituzionali utili per consentire ai governi degli Stati di confrontarsi e di cercare compromessi atti a limitare i conflitti. Sono state anche immaginate come le istituzioni che avrebbero potuto trainare l’umanità nel regno della legge universale. Sotto la spinta e la guida della civiltà giuridica occidentale.
Il governo della legge su scala globale si sarebbe un giorno imposto e le operazioni di polizia (internazionale) contro i violatori della legge avrebbero sostituito la guerra fra entità ostili. Una utopia generosa? Solo fino a un certo punto. Perché l’assenza di realismo può avere ricadute negative. A cominciare dalla più grave di tutte: avere fatto perdere di vista a tanti, e in particolare alle opinioni pubbliche occidentali, la radicale differenza che c’è fra la «legge» all’interno degli Stati e la «legge» in ambito internazionale. Radicale differenza che dipende dal fatto che la prima opera in una condizione di monopolio statale della forza e la seconda in un mondo in cui la forza è distribuita fra centri di potere fra loro indipendenti (gli Stati), molti dei quali reciprocamente ostili.
Ne è derivato il venir meno della consapevolezza che, come in ambito interno non c’è possibilità di applicare alcuna legge senza il potere coercitivo dello Stato, in ambito internazionale non c’è legge che tenga a meno che un centro di potere (una grande potenza o un patto fra grandi potenze) non sia in grado di imporla con la forza. L’irrealismo di chi pensa che «legge» e «forza» possano essere disgiunte non è un errore innocuo. Poiché la politica è un gioco duro c’è sempre chi approfitta dell’irrealismo altrui per il proprio vantaggio.
Veniamo al
caso del Tribunale dell’Aia. È un derivato delle idee (occidentali) che hanno
portato alla nascita dell’Onu. Ma è anche il segno di qualcosa d’altro. Del
fatto che la perdita di realismo nel giudicare che cosa sia davvero la società
internazionale non è oggi diffusa uniformemente in Occidente, riguarda
soprattutto la vecchia Europa. Perché, fra le democrazie, Stati Uniti e
Israele non hanno mai aderito al trattato istitutivo del tribunale dell’Aia e i
Paesi europei sì? Perché Stati Uniti e Israele vivono in un mondo nel quale
l’orizzonte della guerra non è mai scomparso mentre gli europei si sono a lungo
illusi che per essi fosse arrivata la «fine della storia», che la
guerra non si sarebbe mai più affacciata alle loro porte. Non c’è mai errore o
debolezza che non si paghi.
L’Onu, come si è detto, è il frutto di idee occidentali. Ma la sua evoluzione
ha avuto esiti imprevisti. Talché i «diritti umani», mutando di significato,
possono facilmente trasformarsi in un’arma brandita da chi i diritti umani (nel
senso occidentale del termine) li calpesta ogni giorno. Regimi
dispotici come quello iraniano possono impunemente ergersi in sede Onu a
paladini dei diritti umani. Riveriti e rispettati dai funzionari Onu,
segretario generale in testa. Una istituzione concepita e forgiata dalla
cultura occidentale è oggi abilmente sfruttata dai suoi più fieri nemici.
C’è un parallelo con quanto è sempre accaduto all’interno delle democrazie occidentali. Società libere, rispettose del pluralismo e dei diritti di cittadinanza, hanno sempre rischiato che partiti e movimenti autoritari si servissero delle loro libertà per combattere, dall’interno, la democrazia. È un rischio che la democrazia è costretta ad accettare. Nella speranza che l’opinione pubblica (come però talvolta accade) non si faccia sedurre dalle sirene autoritarie. Sul piano internazionale le cose sono più complicate. La distanza dai problemi in gioco è così ampia che le opinioni pubbliche delle democrazie possono cadere facilmente preda di idee sbagliate e perniciose. Possono persino credere che la «legge» in ambito internazionale sia davvero applicata da giudici imparziali, rigorosi tutori del diritto, impermeabili alle lotte partigiane e alla competizione di potenza. Prima scompare questa illusione e meglio è.
(da www.corriere.it – 30 novembre 2024)