Di Goffredo Buccini
Zelensky è tornato facile bersaglio dei carneadi nostrani e di qualche rampollo del privilegio incapace di misurare la lunghezza della propria lingua
Nei film distopici su certe comunità ripiombate in un medioevo senza patto sociale, ricorre talvolta un personaggio: il bruto con mazza ferrata che fa scempio del più debole. Attorno a costui, la canea dei suoi servi si sgola adulante, plaudendo alla carneficina e schernendo la vittima. Qualcosa del genere sta accadendo nel nostro dibattito pubblico in questo scorcio di guerra tra Russia e Ucraina che forse precederà una pace ingiusta.
Gli utili idioti di Putin, sgomenti durante l’offensiva agostana di Kiev nel ventre molle di Kursk, hanno subito ritirato fuori la testa di fronte a tre eventi che sembrano segnare l’esito del conflitto: la lenta ma costante avanzata russa nel Donbass, l’ostensione del primo missile ipersonico putiniano (sulla città di Dnipro) e il ritorno alla Casa Bianca di un Trump storicamente «affascinato» dal dittatore di Mosca (parola di Merkel).
A migliorare le cose per Volodymyr Zelensky non basta il tentativo di Biden di sostenerlo con ancora maggiore determinazione fino al 20 gennaio, data dell’avvicendamento ufficiale alla presidenza degli Stati Uniti. Dunque, gli stessi analisti che ancora alla vigilia del 24 febbraio 2022 ci assicuravano che giammai Putin avrebbe invaso l’Ucraina, spiegandoci che ogni affermazione contraria era una montatura della Cia; gli stessi che, a invasione avvenuta, ci garantivano che l’«operazione speciale» avrebbe prevalso al massimo in una settimana, suggerendo agli ucraini di non resistere così da avere salva la vita; gli stessi infine che, quando gli ucraini cominciarono a suonarle a Putin, ci ammonivano di non «umiliare» lo zar onde evitare l’Armageddon nucleare: beh, questi stessi, ora, sono assai impegnati a sbertucciare Zelensky, nuovamente degradato a povero attore comico che ha osato l’inosabile.
Non è necessario arrivare ai proclami nazistoidi di Nicolai Lilin, l’autore dell’Educazione siberiana candidato alle europee da Michele Santoro, che si spinge a parlare di «fasulla razza ucraina», invenzione di «lobby ebraiche» che hanno messo «il loro ragazzetto ebreo a governare questo Paese degradato» per «sostituire gli ucraini con coloni ebrei che verranno da ogni parte del mondo» (sic). E nemmeno occorre sfogliare il volume su La sconfitta dell’Occidente in cui lo storico francese Emmanuel Todd s’avventura in uno psicologismo da due soldi per affermare che la resistenza ucraina all’aggressione russa è «sintomo di odio verso sé stessi», perché questo sono gli ucraini, alla fine: russi da psicanalizzare, in preda a una «vertigine nichilista». Basta stare nei nostri paraggi cacio e pepe per sentire una litania di «potevate pensarci prima!», «l’avevamo detto noi!», «tanti ucraini morti invano!» e «Zelensky si arrende alla realtà quasi tre anni dopo», in seguito all’apertura del leader di Kiev verso una possibile rinuncia alla Crimea sulla via di una tregua forzosa.
Insomma, «il pupazzo della Nato» è tornato facile bersaglio dei carneadi nostrani e di qualche rampollo del privilegio incapace di misurare la lunghezza della propria lingua. Sicché, mentre l’agenzia russa Tass diffonde la tossica notizia che gli americani starebbero preparandosi a organizzare nuove elezioni per sostituire il «presuntuoso» presidente, il problematico primogenito di Trump (Donald jr.) lo ingiuria, avvertendolo che sta per perdere la sua «paghetta» (che detto da uno che di paghette deve avere vissuto una vita intera fa anche sorridere). È vero che tante nubi si addensano nel cielo di Kiev. La popolarità di Zelensky è in forte calo dopo oltre mille giorni di guerra. Scema la compattezza di una popolazione esausta di fronte all’idea di combattere fino alla fine e a ogni costo. Si parla di centomila defezioni tra i ranghi stremati. Ed è ragionevole il parallelo che molti fanno con Winston Churchill, l’eroe della resistenza ai nazisti accantonato dai suoi a guerra appena finita (benché il leader emergente, l’ex capo militare Valerij Zaluzhnyi, sia tutt’altro che un pacifista).
Eppure, comunque finiscano, questi quasi tre anni sono stati di certo terribili e sanguinosi ma, non ce ne vogliano i propagandisti russofili, nient’affatto vani. Perché ci hanno insegnato molto. Innanzitutto, che, sia pure nel caos mondiale, la prepotenza non necessariamente vince. Putin non ha affatto vinto, perché il suo vero obiettivo — consacrato nei deliri imperialisti del Russkij Mir, lo spazio russo, e del Dnk Rossii, il Dna russo — non era occupare una porzione orientale dell’Ucraina ma russificare l’Ucraina intera, come si coglie nelle farneticazioni dei suoi aedi: il suo esercito è decimato, la sua economia di guerra è minata, come spiega Federico Fubini, da un’inflazione che sui beni alimentari di base varia dal 30 al 40%, ed è ormai vassalla della potenza cinese.
E Zelensky non ha affatto perso. Rifiutando di mettersi in salvo col facile «passaggio aereo» che gli offrì Biden a invasione appena iniziata, il piccolo comico s’è trasfigurato e ha incarnato l’anima libera del popolo ucraino: con un’affermazione talmente forte — osserva lo storico Andrea Graziosi — da costituire comunque un pegno di liberazione futura. Quanto presto e a quali condizioni questo pegno sarà riscosso dipenderà molto da noi occidentali, accoccolati nelle nostre libertà garantite: poiché l’insegnamento più grande sul valore di ciò che diamo per scontato ci viene proprio dal sacrificio di chi vi aspira, non è escluso che la scombiccherata Unione europea trovi proprio sull’Ucraina il discorso legittimante che ancora le manca per essere viva davvero.
(da www.corriere.it – 30 novembre 2024)