di Paolo Razzuoli
Le recenti dichiarazioni di Carlos Tavares, Amministratore Delegato di Stellantis, che hanno suscitato reazioni negative sia in ambito politico che confindustriale, offrono l'occasione per svolgere alcuni ragionamenti attorno al tema della politica industriale.
Se ne parla tanto ma, non raramente, si ha la sensazione che più che una vera consapevolezza, si tratti di uno slogan buono per i social ed i talk show.
Parto quindi dal cercare di dare una definizione al concetto di "Politica industriale":
"Vasta area di interventi che le autorità di governo possono compiere per orientare e controllare il processo di trasformazione strutturale di un’economia.
L’assunzione di fondo è che il processo di industrializzazione svolga la funzione di guida dell’intero processo di trasformazione dell’economia e che quindi,
agendo su questo, sia possibile indirizzare il più generale meccanismo del mutamento strutturale del Paese.
Quindi, anzitutto una visione di Paese, dei suoi meccanismi di sviluppo, delle sue dinamiche sociali, della natura delle sue comunità. Ma non basta. In epoca di globalizzazione e di forti interdipendenze, occorre comprenderle, per capire come il sistema Paese possa trovare un suo spazio ed un suo specifico ruolo nella competizione globale.
Interdipendenze fra cui, anzitutto, la nostra appartenenza all'Unione Europea, pilastro fondamentale per immaginare uno sviluppo del continente all'interno di un mondo globalizzato in cui ormai i grandi attori economici sono al di fuori dello spazio europeo.
Un'altra premessa irrinunciabile è quella di definire lo scenario sistemico in cui la politica industriale viene a calarsi: un conto è infatti un contesto decisamente liberista, un'altro è l'economia pianificata, ed altra ancora è una prospettiva liberal-democratica. In ragione della visione di sistema, molti meccanismi cambiano, soprattutto circa il ruolo di intervento del potere pubblico nelle dinamiche economiche.
La mia prospettiva è quella liberal-democratica, fondata sulla insostituibile funzione del capitalismo e dell'economia di mercato, ma che assegna al potere pubblico alcune irrinunciabili funzioni, non solo regolatrici del mercato, ma anche di sostegno alla visione di sistema dello sviluppo delle comunità e più in genere del Paese.
A questo punto posso provare a sintetizzare i tratti di una politica industriale indicandone, in modo esemplificativo e non certo esaustivo, alcuni punti.
1) Anzitutto occorre saper leggere il tempo che viviamo, acquisendo che i processi di globalizzazione sono irreversibili, e che immaginare politiche di economia chiusa è esercizio solo buono per qualche bandierina identitaria. Nel mondo globalizzato, occorre capire quali sono gli asset strategici, quali sono i settori in cui il sistema Paese può esprimere la più elevata qualità, e attorno ad essi immaginare forme di sostegno, non certo basate sulla logica dei bonus, ma su strategie di sostegni strutturali per rendere tali settori sempre più vitali e competitivi.
2) Nel mondo globalizzato, le aziende portano le produzioni laddove ci sono migliori condizioni, che non sempre sono riducibili solamente a minori costi. Molto incide lo scenario normativo e quello infrastrutturale. E da noi su questo versante si rende necessario un lavoro veramente gigantesco: dalla semplificazione normativa al recupero di efficienza della Pubblica Amministrazione, dal funzionamento della giustizia civile alla selva di competenze sovrapposte fra i vari livelli di governo. Insomma, è necessario un intervento in profondità sia sugli assetti di governo che su numerosi ed importanti aspetti di funzionamento della Pubblica Amministrazione, in modo da rendere appetibile produrre in Italia.
3) Altro fondamentale tema è quello delle reti infrastrutturali, ovviamente comprese quelle informatiche, la cui efficienza risulta fondamentale quale stimolo all'impianto o al mantenimento di unità produttive. Anche qui l'Italia è fragile, e nonostante i soldi del PNRR, al momento non si vedono progressi.
4) Poi c'è il tema della rigidità delle normative sul mercato del lavoro e del suo costo. Non si tratta certo di far pagare la competitività ai lavoratori, né in termini salariali, né rinunciando a fondamentali conquiste della nostra civiltà. Il tema è quello dei costi indiretti (vedi cuneo fiscale, ed altri costi legati alle nostre croniche inefficienze). Il jobs Act proposto dal governo Renzi andava nella direzione giusta; è paradossale che oggi, anche da parte di chi lo ha a suo tempo approvato, ci sia una abiura.
5) La elargizione di bonus non ha niente a che vedere con una sana "politica industriale". Certo, incentivi temporanei a settori particolarmente strategici in situazione di difficoltà, ad esempio per processi di riconversione industriale, sono strumenti utili. Ma lo sono nella misura in cui aiutano a rimuovere difficoltà contingenti, in vista di obiettivi di cambiamento. In mancanza di tali presupposti, i bonus servono solo a drogare l'economia, dissanguare le finanze pubbliche, fare un po' di clientele politiche, e non risolvere alcun problema strutturale.
6) Elemento fondamentale della competitività è il costo energetico. L'Italia, anche in conseguenza di scelte demagogiche come quella di abbandonare il nucleare, si trova in difficoltà. Il costo energetico medio per MWh calcolato a maggio 2024 (fonte Fondazione Think Tank Nord Est su dati GME), è in Germania il 29% meno che in Italia, in Spagna il 68% meno, ed in Francia il 71% in meno. Un altro ambito di debolezza del nostro Paese, che va a sommarsi a quelli già elencati.
7) Legato al tema delle politiche industriali, è quello della Ricerca e della Formazione. IL sistema industriale ha bisogno di una ricerca applicata che gli offra il know how per migliorare continuamente la qualità della produzione. Ha altresì necessità di profili professionali capaci di sapersi adattare ad un mondo in rapidissima e continua trasformazione. Quindi una scuola che punti al consolidamento delle categorie logico-deduttive, ed un sistema formativo "long live" che aiuti le maestranze ad affrontare nuove sfide.
L'Italia, nei primi decenni del secondo dopoguerra, ha saputo costruire uno straordinario sviluppo industriale, soprattutto basato sui distretti industriali, che vale la pena richiamare:
" Sistema produttivo costituito da un insieme di imprese, prevalentemente di piccole e medie dimensioni, caratterizzate da una tendenza all’integrazione
orizzontale e verticale e alla specializzazione produttiva, in genere concentrate in un determinato territorio e legate da una comune esperienza storica,
sociale, economica e culturale."
Solo per citarne alcuni, il cartario a Lucca, il cuoio e le pelli a Santa Croce sull'Arno, il tessile a Prato.
Oggi molti distretti faticano a sopravvivere, travolti dalla competizione globale, e da politiche che non hanno saputo fronteggiare con scelte coraggiose e di sistema, le nuove sfide.
Sì, perché di scelte di sistema si tratta, giacché fare "politica industriale" significa non solo il possesso di una visione di Paese, ma anche della conseguente capacità di intervenire su tutti gli anelli deboli del sistema. Rilanciare la competitività significa appunto questo: vale a dire il coraggio, la forza e la lungimiranza di entrare a gamba tesa nel dedalo di disfunzioni e di sovrastrutture che in vari decenni hanno reso tutto in Italia faticoso, costoso ed improduttivo.
Stimolare gli investimenti produttivi, è il punto di partenza di qualsiasi politica industriale. Rendere il sistema efficiente è l'unico antidoto alle delocalizzazioni. Agitare certi fantasmi come fanno i sostenitori dell'economia chiusa o della decrescita felice, può servire solo per la ricerca di consenso a buon mercato ma non certo utili per l'assunzione di responsabilità di una politica adulta.
Occorre saper guardare in avanti, fronteggiando le gigantesche sfide che ci attendono quali - ad esempio - quelle della sostenibilità, tenendoci ben distanti da visioni inutilmente passatiste o animate da un inconcludente radicalismo.
Valutare poi se l'attuale scenario politico del Paese sia in grado o meno di fronteggiare tali sfide, è un altro discorso. Tema che non affronto in questo articolo, ma che merita una attenta riflessione!!!
Lucca, 15 ottobre 2024
Tavares ha ragione ma i politici preferiscono crocifiggerlo
anziché trovare soluzioni
di Angelo Vaccariello