Di Maurizio Grassini
Esiste una relazione tra sistema elettorale e partecipazione al voto? Si, forse esiste ma quanto è rilevante a fronte della disaffezione montante dell’elettorato italiano? Non ci sono dati per rispondere a questo tipo di domande se non con sondaggi e speculazioni sociologiche che possono descrivere l’elettore stanco o distratto di oggi ma nulla, invece, dei motivi dell’ampia partecipazione dell’elettore degli anni passati.
Tornando a cinquanta anni fa in piena prima repubblica le competizioni erano contraddistinte dalle scelte di politica estera e subordinatamente da questioni di politica interna. Le questioni di politica estera erano allora molto intellegibili: l’invasione dell’Ungheria, la costruzione di un muro fatto non per difendersi dal nemico ma per impedire la fuga del proprio popolo erano assolutamente non derubricabili a propaganda. Gli elettori percepivano l’importanza della posta in gioco e andavano a votare.
Andavano a votare anche per scelte di politica interna come per il referendum sulla scala mobile. Questo referendum era stato proposto dal PCI-CGIL per l’abolizione di un provvedimento giudicato una conquista della classe operaia e, quindi, dalla conquista non si poteva tornare indietro perché così doveva essere. Invece, i responsabili della modifica dell’indicizzazione del salario provvidero a spiegare quale fosse l’obiettivo di questo intervento: l’economia italiana era stressata da un’inflazione che ne comprometteva la competitività tanto da produrre deficit commerciali che conducevano poi alla svalutazione della lira e con la svalutazione aumentavano i prezzi delle importazioni che si riversavano sui prezzi interni e questi a sua volta sui salari e così via. Questa spirale infernale doveva essere frenata perché produceva un impoverimento relativo del nostro Paese e una sua ghettizzazione nel sistema economico in cui era inserita: un danno per tutti. La spiegazione fu efficace e gli elettori capirono, andarono a votare e votarono contro l’abolizione della legge in questione insieme anche ai lavoratori fruitori della scala mobile.
Questi due esempi ricordano competizioni celebrate al tempo della prima repubblica. Oggi il dibattito politico e il suo riverbero nel potere legislativo e di governo non appare concentrato su questioni strategiche. Anche quando queste vengono ‘imposte’ - come nel caso del Pnrr – non ne conseguono scelte all’altezza delle sfide. La critica politica incalza il governo a rispettare i tempi della spesa dei fondi del Pnrr lamentandone i ritardi e ostacolando allo stesso tempo dove possibile la sua realizzazione. Gli obiettivi strategici non sono oggetto di verifica politica nei termini del loro valore strategico. Così un piano di investimenti della dimensione del Pnrr è oggetto di critica principalmente per questioni che rientrano tra le pratiche contabili. C’è da chiedersi da cosa proviene tutta questa distrazione.
Se si esclude la mobilitazione nazionale degli anni novanta del secolo scorso per essere stati tra i fondatori della moneta unica, nella seconda repubblica la politica - al netto della legge Fornero prodotta, però, da un governo tecnico - si è risolta in piccoli interventi intesi a incidere nell’economia domestica, una politica che scivola nell’assistenzialismo. In questo mondo fatto di bonus e di superbonus, di riduzioni, mirate e studiate esenzioni fiscali, l’assenza di uno straccio di progetto o visione capace di generare il senso di appartenenza ad un comune progetto, non sembra facile sviluppare e maturare una coscienza politica se non quella del postulante. E il postulante non va a votare.
Lucca, 9 ottobre 2024