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Breve commento

  Sembra proprio che non ci sia niente da fare. Tutte le volte che si parla di semplificazioni, regolarmente si mandano parole al vento.

Sono ormai decenni che il tema viene posto all’ordine del giorno delle agende politiche e, paradossalmente, quando si è intervenuti si è aggravata la situazione anziché migliorarla.

Sembra proprio che in Italia, concetti come “semplificazione”, “liberalizzazione”, “merito” “competitività” siano ostracizzate dalla forza interdittiva delle corporazioni e dallo statalismo dominante, sia nella destra che nella sinistra, unite su questo da un “fil rouge” più solido di quanto comunemente non si possa credere.

 L’articolo di Sabino Cassese qui proposto, descrive bene la situazione.

Paolo Razzuoli

 

 

Uno stato più agile? Un'occasione persa

 

diSabino Cassese

 

Una legge di due anni fa per semplificare procedure e controlli sulle attività economiche è stata depotenziata

 

È stata un’occasione sprecata. L’aveva creata una legge dell’agosto di due anni fa, a firma Draghi e Giorgetti. Serviva a semplificare i controlli sull’economia, a eliminare adempimenti non necessari, a promuovere la collaborazione tra pubblica amministrazione e imprese, per favorire la ripresa e il rilancio delle attività economiche. A questi fini, dava una delega al governo.

Ora la delega è stata utilizzata con un decreto legislativo, del luglio scorso, firmato da mezzo governo Meloni. Ma il decreto legislativo è tutto fumo e niente arrosto. Non fa quello che doveva fare e cioè ridurre il peso dello Stato sull’economia ed eliminare sovrapposizioni e duplicazioni di controlli, bensì prevede che venga fatto un censimento dei controlli da parte delle singole amministrazioni e che ogni triennio vengano pubblicati documenti di sintesi degli stessi; detta «principi generali» sui procedimenti di controllo delle attività economiche; dispone che le pubbliche amministrazioni mantengano fascicoli informatici di impresa, che vengano adottate apposite «linee guida», che venga svolta una attività di formazione per la digitalizzazione dell’amministrazione. In una parola, il governo non ha adempiuto il suo compito, ha semplicemente girato l’incombenza alle singole amministrazioni. Per fare questo non c’era bisogno di una legge.

Ci si poteva aspettare, dopo due anni dalla legge delega, che il censimento dei controlli fosse stato fatto, e che fosse disposta la necessaria semplificazione; invece si è preferito stabilire procedure e metodi perché qualcuno, in futuro, semplifichi.

Gli antichi dicevano «parturient montes nascetur ridiculus mus» (i monti avranno le doglie, nascerà un ridicolo topo). Questo verso di Orazio indica molto bene la promessa non mantenuta da questo decreto delegato. Il governo, come Totò in un noto film, ha dichiarato «armiamoci e partite» per sottrarsi ai rischi di un’azione da esso stesso promossa, senza alcun timore del ridicolo, oppure è stato preso dalla pigrizia di coloro che non sanno e non vogliono superare la loro condizione, studiando. Il mondo economico interpreterà questa legge di promesse come un rinvio, se va bene; come l’affossamento della semplificazione tanto attesa, se va male.

Eppure della semplificazione non solo c’era bisogno, ma era stata anche solennemente promessa, non solo dagli autori della delega, nel 2022, ma anche dall’attuale governo.

L’Italia, nella classifica, redatta dal 2004 al 2020 dalla Banca Mondiale, «Doing business», è collocata al cinquantottesimo posto nell’elenco delle 190 economie del mondo per facilità di svolgere attività d’impresa, preceduta dal Kenya e dal Kosovo e seguita dal Cile e dal Messico. Nell’elenco «Index of Economic Freedom», redatto dal 1995 al 2023 dalla Heritage Foundation e dal Wall Street Journal, l’Italia è al cinquantasettesimo posto dei 177 Paesi esaminati, preceduta da Panama e dalle Bahamas e seguita dall’Armenia e dalla Serbia. In questa classifica, è terzultima tra gli Stati membri dell’Unione europea. Dunque, una maggiore libertà economica è necessaria.

Questa necessità era stata indicata molto lucidamente dal presidente del Consiglio dei ministri il 25 ottobre del 2022 nelle dichiarazioni programmatiche presentate alla Camera dei deputati e al Senato. Aveva, infatti, solennemente affermato: «Perché tutti gli obiettivi di crescita possano essere raggiunti serve una rivoluzione culturale nel rapporto tra Stato e sistema produttivo, che deve essere paritetico e di reciproca fiducia. Chi oggi ha la forza e la volontà di fare impresa in Italia va sostenuto e agevolato, non vessato e guardato con sospetto, perché la ricchezza la creano le aziende con i loro lavoratori, non lo Stato con decreti o editti. Il motto di questo Governo sarà: "non disturbare chi vuole fare". Le imprese chiedono soprattutto meno burocrazia, regole chiare e certe, risposte celeri e trasparenti. Affronteremo il problema partendo da una strutturale semplificazione e deregolamentazione dei procedimenti amministrativi per dare stimolo all’economia, alla crescita e agli investimenti, anche perché tutti sappiamo quanto l’eccesso normativo, burocratico e regolamentare aumenti esponenzialmente il rischio di irregolarità, contenziosi e corruzione. Un male che abbiamo il dovere di estirpare. Abbiamo bisogno di meno regole, più chiare per tutti e di un nuovo rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione, perché il cittadino non si senta parte debole di fronte a uno Stato tiranno che non ne ascolta le esigenze e ne frustra le aspettative».

Questa promessa è rimasta lettera morta. In futuro, gli storici si divideranno tra quelli che attribuiranno questa contraddittoria politica del governo alle debolezze del suo apparato esecutivo, incapace, non solo di diminuire il peso dello Stato, ma anche, dopo due anni dall’insediamento, di redigere l’elenco dei controlli e delle semplificazioni da adottare, e quelli che, invece, diranno che c’è un motivo più profondo di questa contraddizione tra dichiarazioni e realtà, perché alla libertà economica il governo preferisce il corporativismo, alla politica un rapporto diretto con gli interessi organizzati, al mercato lo statalismo.

Se le attuali cinque opposizioni acchiappanuvole leggessero almeno la Gazzetta ufficiale, la discussione su questo tema potrebbe rafforzare in Italia una sana dialettica democratica.

 

(da www.corriere.it - 21 agosto 2024)

 

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