di Paolo Razzuoli
Alla recente giravolta di Matteo Renzi con il suo avvicinamento al "campo largo" della sinistra, almeno un punto di merito va riconosciuto: quello di aver dato la stura ad un confronto interno al suo partito, ed anche più ampio nell'area potenzialmente interessata ad una componente terzopolista, come mai si era visto negli ultimi anni.
Un confronto che stimola alcune considerazioni, che di seguito cerco di riassumere.
Pur da esterno, mi pare che il modo con cui Renzi ha deciso ed informato sulla sua svolta, richiami più il profilo di un Amministratore delegato di una società per azioni che non quello di dirigente di partito.
Il tema interessa anche chi non è iscritto a Italia Viva, giacché, come scrive anche Sabino Cassese in un articolo comparso sul Corriere della Sera il 21 agosto 2022, "Come può essere democratico lo Stato, se non lo sono i partiti, che rappresentano ancora il principale strumento di democratizzazione dello
Stato?"
E ancora - mi sembra Piero Calamandrei - osservava che L'organizzazione dei partiti rispecchia quella che essi hanno di società.
Beh, allora non c'è tanto da gioire. In Italia i partiti sono ormai tutti prevalentemente leaderisti; quindi, aldilà delle retoriche adesioni alla democrazia, qualche preoccupazione è legittima. Questa deriva sempre più leaderistica con il progressivo svuotamento degli ambiti di scelta degli elettori, è uno degli elementi di degenerazione del nostro sistema, che ne sta minando la fiducia dei cittadini, con il conseguente e progressivo loro allontanamento dalla politica e dall'esercizio del voto.
Un nuovo soggetto di ispirazione liberal-democratica dovrà porsi fortemente in discontinuità con questo stile.
Passo ora a ciò che ho potuto leggere e sentire circa il confronto sviluppatosi nell'area, soprattutto in una componente di essa che non serve indicare: confronto che ha - naturalmente - trovato nei social il terreno privilegiato.
Ebbene, se non mancano contributi di qualità, il confronto sembra più quello di tifoserie da stadio che non fra tesi politiche. Anche questo, va ricondotto al decadimento
della qualità complessiva del dibattito pubblico, che non giova certo alla maturazione politica e democratica del Paese.
Terza considerazione: quella sui contenuti. Sta emergendo una decisa inconsistenza di proposta politica. Sembra che ciascuno abbia la propria; non c'è un progetto programmatico condiviso. Dirsi centristi o riformisti non significa niente, se queste parole non vengono riempite di contenuti politici veri. Un tema che interpella tutti coloro che sono interessati a creare una seria alternativa a questo inconcludente bipopulismo.
Quindi cercando di tirare le fila del ragionamento:
1) il nuovo soggetto politico, ove nascerà, dovrà porsi in netta discontinuità con i partiti leaderisti recuperando, pur avvalendosi dei nuovi mezzi di comunicazione e informazione, l'esperienza migliore dei partiti di massa, a partire da procedure democratiche nella selezione della sua classe dirigente;
2) Il nuovo soggetto dovrà favorire il confronto interno e la formazione della classe dirigente, sia per favorire il miglioramento della qualità del dibattito pubblico, sia per dare al Paese un personale politico all'altezza delle sfide della contemporaneità;
3) Dovrà essere definita una piattaforma politico-programmatica seria, sia nei suoi ancoraggi culturali che in quelli contenutistici concreti. Una piattaforma chiara che possa essere compresa dagli aderenti e dall'elettorato, e che possa offrirsi quale traiettoria capace di ridare slancio e competitività al sistema Paese;
4) E' ora di dire con chiarezza che questo finto bipolarismo si è rivelato inconcludente. Niente di male: le esperienze possono anche fallire; può fallire quindi anche questo bipolarismo, delresto frettolosamente nato un trentennio fa nella temperie del golpe mediatico-giudiziario di mani pulite.
Puntare con chiarezza su una legge elettorale proporzionale con uno sbarramento per evitare eccessive frammentazioni non è certo una posizione nostalgica. Anzi, è una presa d'atto di una nuova realtà storica, e la conseguente assunzione di responsabilità per fronteggiarla.
Questa è la sfida che attende tutti coloro che vorranno e potranno impegnarsi per la creazione di un'alternativa al bipopulismo, di cui il Paese ha sicuramente bisogno. Dicevo sopra che non è un'operazione nostalgica, ma un modo serio di prendere atto del mutato scenario storico.
Una sfida che certo interpella figure quali gli On.i Luigi Marattin ed Enrico Costa, che nei loro partiti si sono adoperati per evitare gli sciagurati esiti dell'esperienza del cosiddetto Terzo Polo, ma riguarda anche gli altri soggetti potenzialmente interessati all'operazione quali, a solo titolo di esempio, i LibDem di Andrea Marcucci, la Fondazione Einaudi, l'Istituto Bruno Leoni. E riguarda tutti coloro che ci credono, e che hanno qualche possibilità di impegnarsi per la causa.
So benissimo che non è facile, ma se non ci si prova mai certo si mancherà l'obiettivo. Ed occorre provarci credendoci, senza arrendersi al primo insuccesso. Delresto la storia ci insegna che non è poi sempre così avara verso chi ha il coraggio e la coerenza delle propie idee.
La buona politica: l'unico vaccino per sconfiggere l'antipolitica
di Paolo Razzuoli
Lucca, 5 agosto 2024