di Stefano Folli
Anche Pierluigi Bersani ha avuto la sua dose di applausi alla festa di Genova del Pd, ma non si sfugge all'impressione che fossero di stampo diverso da quelli che il giorno prima avevano salutato in Matteo Renzi il nuovo predestinato. Gli applausi a Bersani erano una specie di onore delle armi reso allo sconfitto e forse anche al patrimonio ideale e organizzativo che l'ex segretario ha rappresentato fino alla sconfitta politica, prima ancora che elettorale, dello scorso febbraio.
Se Renzi si avvia a essere il nuovo leader di un Pd la cui identità è ancora confusa, Bersani con l'intervento di ieri si candida a essere un punto di riferimento della minoranza interna. Perché di sicuro ci sarà una minoranza, forse più di una. Rappresenterà la visione, chiamiamola così, socialdemocratica che il Pd avrebbe dovuto incarnare, almeno secondo il punto di vista dei post-comunisti. Ma il tempo è passato e le occasione sono andate perdute.
Oggi il richiamo bersaniano all'«ispirazione di sinistra democratica» lascia un po' sconcertati. Sono trascorsi anni da quando D'Alema mise in campo proprio la prospettiva del partito socialdemocratico in alternativa all'Ulivo di Prodi. Che ne è stato di quell'ambizione? I risultati politici ed elettorali parlano di contraddizioni ed errori, senza che mai il modello socialdemocratico abbia messo vere radici. Certo, non è tutta responsabilità dei dirigenti dei Ds prima e del Pd dopo. Ma ieri, ascoltando Bersani, sembrava di udire un esponente della "Linke" tedesca: quel segmento, peraltro abbastanza consistente, che si staccò dalla Spd quando giudicò che il partito allora di Schroeder si era spostato troppo al centro.
Forse quello che servirebbe al Pd che oggi si sta consegnando a Renzi è la capacità di proporre un'idea davvero innovativa e seducente di "sinistra democratica". Quella di Bersani appartiene al passato, o almeno così sembra. Del resto, quando l'ex segretario rimprovera al sindaco di Firenze di non avere "contenuti", cioè proposte concrete, si può anche concordare sul punto: ma viene da domandarsi quali siano stati i contenuti di Bersani e degli altri (al di là delle famose "lenzuolate").
Si assiste così a un singolare paradosso: i cosiddetti socialdemocratici post-comunsti, che fino a poco tempo fa sembravano padroni del campo, stanno perdendo la partita della leadership a favore di un gioco fra ex democristiani (o popolari): Renzi, Franceschini, Fioroni, sullo sfondo Letta. Senza dubbio nel futuro Pd "renziano" ci sarà spazio per accordi di vertice e anche di corrente. Il compromesso a cui il sindaco di Firenze si va piegando è in questa direzione. E in fondo Bersani, parlando a nome della futura minoranza, alludeva fra le righe proprio alle intese che dovranno tutelare le varie anime del partito. Ma si tratta di una posizione necessariamente subalterna, figlia - è difficile negarlo - di un lungo fallimento.
Anni fa Prodi aveva cercato di superare l'impronta post-comunista con la fusione di culture politiche rappresentate nell'Ulivo. Fu seguito solo in parte e poi lasciato solo. Oggi Renzi si avvia a ottenere il risultato mancato da Prodi, ma in una chiave che potremmo definire post-moderna. Idee e contenuti sono vaghi e privi di spessore, mentre tutto si gioca intorno alla personalità del leader, alle sue battute talvolta divertenti e altre solo vernacolari e di dubbio gusto (come ieri su «Bersani spompo»). La storia della sinistra entra in una terra mai esplorata.
(dal Sole 24 ore - 4 settembre 2013)