di Raffaele Bonanni
Qualcosa si muove nella politica italiana, oltre gli schemi degli ultimi decenni. Le recenti prese di posizione, coraggiose e condivisibili, di Giorgia Meloni sul gas russo, sul rapporto fra Trump e Putin e sulle cause dell’aumento dei prezzi energetici pongono una domanda: quale posto intende occupare l’Italia in un mondo segnato da guerre e dipendenze?
Occorre distinguere la fedeltà alle alleanze dalla subordinazione, l’autonomia strategica dall’equidistanza morale, il realismo diplomatico dalla rinuncia ai principi. Il sostegno all’Ucraina, aggredita dalla Russia, resta un banco di prova: nessuna controversia può cancellare la responsabilità originaria dell’invasione.
Nel centrodestra italiano convivono sensibilità diverse. Le posizioni di Matteo Salvini sulla Russia e sulle sanzioni divergono talvolta da quelle di Meloni, ma non rappresentano l’intera Lega. Anche le opposizioni sono meno uniformi di quanto sembri: vi sono culture europeiste e atlantiche accanto a posizioni pacifiste a seconda delle circostanze, antiamericane o radicalmente critiche dell’Occidente. La discriminante non è l’appartenenza a uno schieramento, ma la coerenza fra i principi proclamati e i fatti giudicati.
Questa coerenza si misura anche sul Medio Oriente. Le repressioni del regime iraniano, le persecuzioni e le uccisioni di donne e oppositori, il sostegno di Teheran a gruppi armati come Hamas, Hezbollah e gli Houthi non possono scomparire dal giudizio pubblico per convenienza ideologica. Al tempo stesso, la sicurezza di Israele, i diritti dei palestinesi e la protezione dei civili richiedono criteri universalmente applicabili. Il diritto internazionale perde autorità quando viene invocato soltanto contro l’avversario di turno.
La frattura decisiva attraversa le vecchie appartenenze. Da un lato vi è chi considera l’Europa un mercato diviso davanti alle potenze; dall’altro chi ritiene indispensabile trasformarne il peso economico e civile in capacità politica. Una federazione europea non nascerebbe da una formula solenne, ma da istituzioni responsabili, democratiche ed efficaci.
Energia, materie prime critiche, tecnologie avanzate, difesa delle infrastrutture, sicurezza delle rotte commerciali e controllo delle catene di approvvigionamento sono parti dello stesso problema. Senza una strategia comune, ogni Stato europeo rischia di acquistare a caro prezzo una sovranità soltanto nominale. L’autonomia, peraltro non significa isolamento: significa poter cooperare con gli alleati senza dipendere da una sola capitale, da un solo fornitore, da una sola piattaforma tecnologica.
L’Europa dispone di risorse che sottovaluta: un’economia mondiale, ricerca scientifica, competenze industriali, università, costituzioni e cultura. Ma la somma delle eccellenze non genera da sola una potenza politica. La frammentazione disperde investimenti, rallenta decisioni e consegna agli interlocutori esterni il vantaggio di trattare con ventisette debolezze anziché con una forza comune.
Non occorre immaginare un’unica regia occulta per riconoscere che potenze autoritarie, interessi finanziari e grandi piattaforme digitali possono trarre beneficio dalle divisioni europee. Il problema è la vulnerabilità di democrazie in cui informazione, consenso e scelte industriali possono essere condizionati da concentrazioni di potere poco trasparenti. Difendere la libertà richiede dunque anche regole, concorrenza e controllo democratico.
Da qui potrebbe emergere, in Italia come altrove, una convergenza fra culture politiche differenti: non un cartello, ma un confronto concreto sulla capacità dell’Europa di decidere il proprio destino. Sarebbe una svolta solo se affrontasse anche salari, disuguaglianze, produttività e partecipazione: una sovranità continentale incapace di migliorare la vita dei cittadini resterebbe un’architettura senza popolo.
Il punto non è sostituire un nazionalismo con un altro, su scala maggiore. È dare sostanza politica all’autentica libertà europea: politica estera, difesa, investimenti condivisi e istituzioni davanti alle quali i cittadini possano chiedere conto delle scelte.
Il futuro europeo non è garantito dalla grandezza del passato. Dipenderà dalla volontà di trasformare una civiltà ricca di libertà e conoscenza in una comunità politica capace di proteggerle. La domanda, allora, non è se l’Europa meriti un posto nel mondo. È se gli europei sapranno costruire le istituzioni necessarie per occuparlo.
(da www.lidentita.it – 19 ottobre 2026)