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Nuova legge elettorale: non è ciò che serve per una vera governabilità  

 

di Paolo Razzuoli

 

Il Parlamento ha approvato la riforma della legge elettorale. Un evento che mi dà ancora una volta l’occasione di tornar sopra le ragioni della mia contrarietà per la strada tracciata.

Secondo la versione sostenuta dalla maggioranza e ovviamente da Giorgia Meloni, questa norma dovrebbe assicurare stabilità e governabilità. Nella pratica, tuttavia, il testo appare in forte contrasto con i cardini della rappresentanza democratica. Elementi come il premio di maggioranza sovradimensionato, i capilista bloccati e l'inasprimento delle condizioni per i partiti minori che intendono presentarsi alle elezioni (raccolta di un importante numero di firme) costituiscono forzature pesanti. Questo quadro si inserisce in un contesto in cui l'astensionismo ha ormai dimezzato la partecipazione al voto. Il rischio concreto è di delegare il Paese a una esigua minoranza, forte di un consenso espresso da urne semivuote. La ricerca della stabilità non può giustificare un danno così profondo al tessuto democratico.

 

L'abbandono del proporzionale e l'instabilità delle regole

 

L'allontanamento dai principi originari dettati dai costituenti – orientati al proporzionale – per inseguire il modello maggioritario ha generato una continua riscrittura delle regole elettorali a ogni legislatura, senza mai raggiungere un assetto stabile. Questa instabilità normativa ha avuto come principale conseguenza quella di limitare gradualmente la libertà di scelta e la partecipazione dei cittadini. La storia della Repubblica dimostra inoltre come le grandi riforme strutturali siano state realizzate grazie al proporzionale, mentre il maggioritario non abbia prodotto risultati analoghi.

 

Ambiguità politica e coalizioni forzate

 

Ancora oggi il Paese beneficia delle riforme nate in un sistema proporzionale e caratterizzato da un'alta partecipazione popolare. Obbligare forze politiche differenti a coalizzarsi per via della legge rende difficoltoso elaborare programmi di governo coesi. Prevale così un'ambiguità politica che finisce per vanificare la stabilità tanto decantata.

Questa situazione di stallo emerge con chiarezza in entrambe le coalizioni.

Emerge nell'area progressista, divisa da tensioni interne che ostacolano la creazione di un programma condiviso e lasciano dubbi sulla reale capacità di governo. Se a ciò si unisce la storica difficoltà del Partito Democratico nel trovare una sintesi unitaria, il quadro evidenzia la mancanza di un'identità chiara.

Emerge anche nel centrodestra, in cui non è immaginabile la convivenza di forze di impronta liberale ed europeista, come Forza Italia, con componenti populiste e sovraniste come la Lega.

Un quadro che, chiunque risulti vincitore dalle urne, condanna ad una sorta di governo dell’ordinaria amministrazione, mancando il consenso per politiche veramente incisive, quindi idonee per la rimozione delle storture vecchie e meno vecchie della società italiana. Storture di cui tutti parlano nei tolk show e sui giornali, ma poi destinate a restare lettera morta nella gestione del governo del Paese.  

  

Superare questo forzato bipolarismo

  

Per superare le ambiguità e ridare valore al voto, occorre uscire dalla logica del maggioritario obbligato e delle alleanze a tutti i costi. Una proposta politica trasparente e distinta rappresenta l'unica strada efficace per contrastare l'astensionismo e restituire centralità alla cittadinanza.

Vincere le elezioni non vuol dire governare. Per affrontare i nodi irrisolti della società italiana occorre visione e chiarezza programmatica, sia in politica interna che estera. Non occorrono tante parole per mostrare come le attuali coalizioni risultino contraddittorie su entrambi i versanti.

  Naturalmente nessuno può sottovalutare le difficoltà del tempo che viviamo. Ma perseverare in una strada che ha mostrato tutti i suoi limiti, è sicuramente una scelta sbagliata.

Credo che occorra un totale ripensamento degli schieramenti politici, avendo quale obiettivo quello di costruire piattaforme politico-programmatiche chiare ed in linea con i bisogni del Paese.

 Insomma, un ripensamento profondo della strada seguita negli ultimi trent’anni, che non ha dato i risultati che i più auspicavano.

Un cambio di rotta non facile da imboccare, ma necessario se si vuole dare un futuro credibile, soprattutto alle nuove generazioni.

 Va infine detto che il percorso della nuova legge non sarà in discesa. Ci sono varie ipotesi di profili di incostituzionalità, e già si sa di iniziative per proporre il ricorso alla Consulta.

 Vedremo come andrà a finire: non è comunque detto che alle prossime elezioni si voterà secondo il dettato della legge elettorale così come varata dal Parlamento.  

 

Lucca, 10 ottobre 2026

 

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