Di Lucia Maria Lena
Il gravissimo episodio di violenza verificatosi in questi giorni in una scuola di Roma, e avente per protagonista un alunno tredicenne, ha inevitabilmente aperto una quantità di prese di posizione e di chiavi di lettura sull’accaduto e sulle responsabilità dirette o indirette di esso.
Va da sé che intorno a queste e ad altre, sempre più frequenti, manifestazioni di violenza da parte di giovani e giovanissimi si debbano porre interrogativi ed elaborare riflessioni; ciò che , a mio modestissimo parere, è difficilmente giustificabile e/o comprensibile è la natura di essi, sempre uguale a se stessa e, in concreto, povera di proposte risolutive.
Ovviamente, al posto d’onore sul banco degli imputati è la scuola, che non ha capito, non ha previsto, non ha elaborato e così via! Sul ruolo della famiglia poco si dice e si approfondisce: pedagogisti, psicologi, sociologi, tutor, consulenti ecc. ecc. ne fanno cenno, ma senza entrare nei gangli dolorosi di una crisi che gli stessi attribuiscono alla scuola (che non capisce, non prevede, non elabora ecc.), ad una entità ampia e fondamentalmente indefinita quale “LA SOCIETA’” , piuttosto che alla crisi di elementi su cui dovrebbe essere fondata appunto la “società” quali le regole di convivenza accettate e vissute nel quotidiano da ciascuno per la propria parte e nel proprio ruolo, la consapevolezza, appunto, del proprio ruolo e di ciò che ne consegue in termini di responsabilità e di comportamenti.
Per quanto riguarda la scuola, l’evidente, quanto misconosciuto, paradosso consiste nel caricarla di responsabilità formative legate alle singole problematiche della realtà attuale: la violenza di genere, il ricorso compulsivo ed acritico ai cosiddetti social, il bullismo, il razzismo e via discorrendo; problemi certamente complessi, che necessitano di strategie risolutive, ma che, a ben vedere, hanno un fondamentale elemento in comune che ne determina lo sviluppo: LA MANCANZA DI AUTONOMIA CRITICA E DELLA CAPACITA’ DI ELABORARE CRITERI E SOLUZIONI PONDERATE , che poi dovrebbe essere (il condizionale è d’obbligo) l’obiettivo primario dei percorsi scolastici. La strada scelta è stata ed è, invece, la proposta di molteplici progetti sostanzialmente avulsi l’uno dall’altro e in sempre più marcata sostituzione della didattica disciplinare, col bel risultato di far crescere il livello di ignoranza e limitare sempre di più l’interesse degli utenti nei confronti delle attività scolastiche per rivolgerlo, appunto, ad altro e senza le necessarie mediazioni.
Ciò che si chiede alla scuola è qualcosa di difficilissima realizzazione, in quanto nel tempo essa è stata progressivamente svuotata di prerogative fondamentali quali l’autorevolezza, il DOVERE di guidare gli alunni a raggiungere la consapevolezza delle proprie capacità ma anche dei propri limiti, l’autonomia operativa nei confronti di genitori che, incapaci di essere tali in modo efficace, delegano le responsabilità alla scuola privandola nel contempo (e qui l’elenco dei “colpevoli” di tale situazione sarebbe lungo) delle strategie di intervento citate: una insufficienza viene considerata punizione immeritata, le prove sono definite ipocritamente “verifiche” per non impressionare un’utenza sempre più fragile e disarmata di fronte alle, sia pur minime, difficoltà, i metodi di insegnamento dei singoli docenti valutati solo in base ai risultati dei figli ed indicati quali unici responsabili delle loro “sconfitte”.
Certamente alla base del disagio delle giovani generazioni c’è anche molto altro, ad esempio le gogne social che incombono su molti di loro portando ai disperati tentativi di riscattarsi attraverso il compimento e la condivisione di gesti eclatanti (e pericolosi per se stessi e per gli altri), ma la responsabilità dell’uso e abuso di certi strumenti tecnologici a chi appartiene? Alla scuola che non forma, alla famiglia che non educa, alla generica società (di cui comunque ciascuno è parte)?
Forse una scuola che ponga come prioritaria la crescita consapevole di sé, una famiglia che sappia valorizzare i punti di forza ed accettare le fragilità e gli eventuali limiti dei propri figli, una società improntata al rispetto dei doveri, oltre che alla salvaguardia corporativa dei diritti, potrebbero sviluppare una sinergia educativa rivolta allo sviluppo equilibrato delle potenzialità di adolescenti e giovani.
Tale cammino sarebbe lungo e non privo di ostacoli, ma scegliendo le strade più agevoli (come da più parti e sempre più spesso accade) per la soluzione dei problemi, questi non verranno risolti e sempre nuovi ne sorgeranno (del resto, anche un’analisi obbiettiva sulle cause e l’evoluzione di quelli attuali potrebbe fornire parecchi spunti di riflessione)
Lucca, 25 settembre 2026